Non basta che l’inflazione scenda: bisogna anche chiedersi quanto, nel frattempo, si è già perso. Nel triennio 2022-2024 l’Italia ha visto salire i prezzi, crescere il disagio, espandersi il numero dei poveri, mentre i salari sono rimasti inchiodati, come se il tempo sociale si fosse fermato. Chi ha pagato il conto? Le famiglie monoreddito, i lavoratori poveri, i titolari di mutui a tasso variabile. E anche se nel 2025 l’inflazione si sta riducendo, i suoi effetti corrosivi restano incisi nella carne viva del tessuto sociale.

Il triennio del divario: prezzi in salita, redditi fermi

Nel 2023, secondo ISTAT e Caritas, oltre 5,7 milioni di persone (pari al 9,7% della popolazione) vivevano in povertà assoluta. Un dato che si è confermato nel 2024, mentre il numero di famiglie assistite dalla rete Caritas ha raggiunto quota 277.775, in crescita del 3% rispetto all’anno precedente. Tra queste, una su quattro ha un lavoro. Non basta più lavorare per salvarsi dalla povertà.

Il dato più allarmante è proprio la crescita dei cosiddetti “working poor”, i poveri con un impiego. Nel segmento 35-54 anni, il 30% degli assistiti Caritas risulta occupato. Ma il salario non è sufficiente a far fronte ai rincari: energia, affitti, spesa alimentare. L’inflazione del 2022-2023, che ha toccato picchi superiori all’8%, ha eroso il potere d’acquisto di almeno il 15% per i redditi medio-bassi.

A pagare di più sono state le famiglie con un solo stipendio e un mutuo a tasso variabile. Il rialzo dei tassi d’interesse, deciso dalla BCE per contrastare l’inflazione, ha portato molte rate a raddoppiare nel giro di 18 mesi. Il sostegno statale, in questo frangente, è stato tardivo e parziale.

Il 2025: inflazione in calo, ma nessun recupero

Nel 2025 l’inflazione dovrebbe scendere sotto il 2,5%. Una buona notizia, certo. Ma il dato va interpretato con cautela: i prezzi non scendono, crescono più lentamente. Il danno arrecato tra il 2022 e il 2024 non viene riparato automaticamente. Anzi: senza un recupero salariale, resta un fossato. I salari reali, pur con lievi aumenti nel 2024, restano almeno l’8% sotto i livelli pre-crisi.

Questo significa che anche se l’inflazione si attenua, le famiglie restano schiacciate da un equilibrio rotto. Il consumo non riparte, il risparmio è stato eroso, il disagio è diventato strutturale. La povertà non è più emergenza, ma condizione stabile.

Correlazioni visibili: mutui, salari e fragilità

Tre elementi si saldano in questo quadro:

  1. L’inflazione che ha spinto in alto i costi vivi (soprattutto alimentari ed energetici);
  2. I salari fermi, che non hanno seguito l’aumento dei prezzi;
  3. Il peso del debito abitativo, con mutui a tasso variabile che hanno colpito duramente le famiglie monoreddito.

Secondo i dati del rapporto Caritas 2025, oltre il 33% delle persone assistite presenta forme di disagio abitativo. Il 15,7% vive fragilità sanitarie. E il 58% accumula almeno tre tipologie di bisogno. Il punto di frattura è sistemico.

Dalla carità alla giustizia sociale

Il governo ha reagito con misure parziali: assegni di inclusione, bonus energetici, rinegoziazione dei mutui. Ma l’impressione è che si sia privilegiata una logica di contenimento del disagio piuttosto che una visione strutturale. Si interviene a valle, non a monte.

Serve invece una riforma fiscale che premi il lavoro e alleggerisca le famiglie monoreddito. Serve una politica industriale del salario, con rinnovi contrattuali automatici e indicizzazione selettiva. Serve una gestione pubblica e strutturata del problema abitativo, per evitare che il costo della casa diventi la prima causa di esclusione.

E soprattutto serve un cambio di paradigma: dalla logica della sopravvivenza a quella della dignità. Perché non è accettabile che in un Paese avanzato si debba chiedere aiuto pur avendo un lavoro. Il salario deve tornare ad essere uno strumento di libertà, non un indennizzo per la fatica.

Conclusione

L’inflazione nel 2025 sta scendendo, ma la povertà resta. Perché le sue cause non sono solo numeriche, ma politiche. E finché non si risponderà con decisioni coraggiose e visione di lungo periodo, il divario tra chi lavora e chi riesce a vivere dignitosamente continuerà a crescere. Non servono nuove misure tampone, ma un nuovo patto sociale. Dove il lavoro venga pagato per ciò che vale. E la casa non sia più una gabbia finanziaria, ma un diritto di cittadinanza.

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