Negli ultimi cinque anni l’economia globale è stata sottoposta a un regime di turbolenza straordinaria: pandemia, crisi energetica, guerre commerciali e conflitti armati hanno messo a dura prova i sistemi monetari occidentali. In questo scenario, la relazione tra inflazione, politica monetaria e rendimento dei titoli di Stato ha assunto una valenza strategica nel misurare la credibilità dei governi e l’efficienza delle banche centrali. Tra tutti i confronti possibili, uno appare centrale e paradigmatico: Italia e Stati Uniti, due economie profondamente diverse, ma unite da un comune denominatore – la fragilità sistemica mascherata dal rigore nominale.


L’inflazione come specchio deformante

Dal 2020 al 2024, i dati registrati fotografano una realtà bifronte. Gli Stati Uniti, grazie alla loro capacità di drenare liquidità globale e controllare le leve energetiche e industriali, hanno registrato un picco inflattivo dell’8,0% nel 2022, per poi rientrare gradualmente fino a 2,9% nel 2024, in piena traiettoria di normalizzazione monetaria.

L’Italia, viceversa, ha subito in pieno l’onda lunga dell’inflazione energetica, raggiungendo l’8,1% nel 2022 – valore pressoché speculare a quello americano – ma con una dinamica più lenta nel disinnesco: 1,9% nel 2024, sintomo di un’economia stagnante, non già di un ciclo disinflattivo sano. La discesa dell’indice dei prezzi, infatti, è avvenuta in presenza di domanda interna anemica e ridotta capacità produttiva, e non per efficacia delle manovre di politica monetaria.


Rendimento dei titoli di Stato: chi paga di più per finanziarsi?

Qui il divario diventa macroscopico. Il rendimento dei Treasury statunitensi a 10 anni, benchmark del debito mondiale, è passato da 0,9% nel 2020 a 4,3% nel 2024, seguendo in maniera stretta l’andamento dei Fed Funds. Negli stessi anni, il BTP italiano a 10 anni ha registrato una curva più ripida: da 0,6% nel 2020 a un picco di 4,3% nel 2023, per poi assestarsi appena sotto al 4% nel 2024.

Un apparente parallelismo che però cela un aspetto chiave: l’Italia paga lo stesso rendimento di un Paese che stampa la valuta di riserva globale, ma senza avere né il dollaro né la Fed. La differenza reale è nel “premio per il rischio Paese”, che resta per l’Italia strutturalmente elevato a causa della combinazione tra alto debito pubblico, bassa crescita e vulnerabilità istituzionale. Nonostante la protezione indiretta della BCE, il mercato prezza sempre la possibilità di instabilità politica o slittamenti di bilancio, mentre gli Stati Uniti restano (per ora) l’ancora dell’affidabilità creditizia globale.


Tassi ufficiali: Fed e BCE, due approcci divergenti

Il confronto tra i tassi ufficiali di sconto (TUS) delle due aree monetarie è indicativo di una divergenza strategica tra Washington e Francoforte. La Federal Reserve ha iniziato ad alzare i tassi con decisione già nel 2022, portando il corridoio dei Fed Funds al 5,5% nel 2024, dimostrando reattività e autonomia nel contenere la spirale inflattiva.

La BCE, invece, è intervenuta più tardi e con prudenza: solo nel 2023 ha avviato il ciclo restrittivo, portando il tasso di riferimento al 4,5% nel 2024. Una risposta più debole, dettata dalla necessità di contemperare le esigenze di 20 economie diverse, molte delle quali (Italia in primis) non possono sostenere tassi alti troppo a lungo.

Ma la differenza non è solo nei numeri: è nella credibilità e nel controllo politico della moneta. La Fed, infatti, agisce in una cornice nazionale coerente; la BCE invece è prigioniera di un’architettura istituzionale che, per volontà dei Trattati, la obbliga a trattare Stati membri con situazioni macroeconomiche completamente eterogenee come se fossero uno solo.


Differenziale Italia–USA: cosa raccontano i dati?

Analizzando i dati 2020–2024, emergono alcune evidenze cruciali:

Indicatore USA (2024) Italia (2024) Differenziale

Inflazione annua 2,9% 1,9% -1,0%
Tasso ufficiale 5,5% 4,5% -1,0%
Rendimento 10y 4,3% 3,9% -0,4%

La vera anomalia è che l’Italia, pur avendo un’inflazione più bassa e una crescita stagnante, paga quasi quanto gli USA per indebitarsi. Questo disallineamento è il segno della sfiducia strutturale dei mercati nella tenuta sistemica dell’Eurozona, e in particolare della capacità dell’Italia di rimanere solvibile nel lungo periodo senza sostegno BCE.


Conclusioni: tassi simili, economie diverse

La parità di rendimento tra BTP e Treasury nel 2024 è un’illusione simmetrica. Gli Stati Uniti finanziano sé stessi in dollari, controllano la loro banca centrale e possono svalutare, se necessario. L’Italia invece si finanzia in una valuta che non controlla, non può decidere autonomamente i tassi, e ha uno spread che dipende dalla fiducia nei vertici BCE più che nei governi nazionali.

Nel tempo, questa asimmetria potrebbe esplodere in maniera più marcata, soprattutto se l’Eurozona non si dota di strumenti federali di gestione del debito e della politica fiscale. Altrimenti, l’Italia continuerà a essere il malato stabile dell’euro: apparentemente solvibile, ma perennemente sotto osservazione.


Post Scriptum: Chi oggi crede che la normalizzazione dei rendimenti sia un segnale di stabilità, dimentica che il mercato non misura ciò che sei, ma ciò che sembri. E in questo gioco di specchi, l’Italia, nonostante gli sforzi, riflette ancora un’immagine fragile, fatta di debito, scarsa crescita e dipendenza monetaria.

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