Nel grande teatro dell’economia globale, ogni Paese recita il proprio copione fiscale. In Italia, nel 2024, la scena che si è imposta all’attenzione degli osservatori è stata quella del crescente divario tra il costo del lavoro sostenuto dalle imprese e il reddito netto percepito dal lavoratore, tema centrale del rapporto “Taxing Wages 2025” pubblicato dall’OCSE. Non una semplice fotografia statistica, ma un riflesso profondo della struttura economica e sociale italiana, della sua resilienza e delle sue storture.

Il cuneo fiscale: la vera tassa sull’occupazione

Il cosiddetto “tax wedge”, o cuneo fiscale, rappresenta la differenza tra quanto costa un dipendente al datore di lavoro e quanto lo stesso lavoratore si ritrova effettivamente in busta paga. È in questo margine, sempre più ampio, che si annidano le difficoltà dell’occupazione stabile, della produttività e della crescita economica reale. E in Italia, questo cuneo è tra i più alti al mondo.

Nel 2024, secondo i dati OCSE, un lavoratore single senza figli ha dovuto affrontare un cuneo fiscale pari al 47,1%, in crescita rispetto al 45,5% del 2023. Si tratta di un aumento di 1,6 punti percentuali: il più elevato tra tutti i 38 Paesi OCSE. Significa che per ogni 100 euro spesi da un datore di lavoro italiano per il suo dipendente, ben 47,10 euro vanno allo Stato sotto forma di tasse e contributi. Ne restano poco più di 52 nelle mani del lavoratore, a fronte di un potere d’acquisto che l’inflazione ha progressivamente eroso.

L’illusione della crescita salariale

Sì, perché se da un lato i salari nominali sono cresciuti — nel tentativo delle imprese di inseguire i prezzi — dall’altro la pressione fiscale ha drenato gran parte di quel guadagno. Il reddito netto reale è dunque aumentato solo marginalmente, e ben al di sotto di quanto sarebbe stato possibile in presenza di una riforma strutturale delle aliquote e dei contributi.

Il nodo centrale è il superamento della soglia dei 35.000 euro lordi annui, oltre la quale non si applica la riduzione contributiva introdotta per sostenere il reddito dei lavoratori a medio-basso reddito. Molti dipendenti si sono così ritrovati, paradossalmente, penalizzati per il semplice fatto di aver guadagnato di più. È una delle tante disfunzioni tipiche di un sistema che non premia la crescita, ma la rende fiscalmente sconveniente.

Le famiglie, il grande ammortizzatore silenzioso

Ancor più interessante è osservare la situazione delle famiglie monoreddito con due figli, che pur beneficiando di detrazioni e agevolazioni, hanno visto anch’esse aumentare il proprio cuneo fiscale, fino al 35,1% nel 2024 (dal 33,6% del 2023). Anche qui, l’Italia si è distinta come uno dei Paesi con il maggior incremento. Eppure, la retorica istituzionale continua a incensare la “centralità della famiglia”, salvo poi penalizzarla con politiche fiscali che la trattano come una mera variabile accessoria.

L’Italia ha costruito negli anni un complesso sistema di deduzioni, detrazioni, bonus temporanei e riforme parziali, che però non scalfiscono il problema di fondo: la pressione fiscale sul lavoro è strutturalmente eccessiva, intricata, penalizzante. E questa pressione si traduce in una duplice distorsione: da un lato scoraggia l’assunzione, dall’altro impoverisce il reddito disponibile e dunque comprime la domanda interna.

Confronti impietosi

Guardando oltre confine, il confronto è impietoso. Il Belgio è il solo Paese OCSE ad avere un cuneo fiscale superiore all’Italia, con un valore del 52,6%. Seguono Germania (47,9%) e Francia (47,2%). Tuttavia, in questi Paesi i servizi pubblici — in particolare sanità e istruzione — sono spesso di qualità superiore e meglio accessibili rispetto all’Italia, il che compensa almeno in parte l’elevato prelievo. Inoltre, in Germania e Francia il peso della fiscalità è più distribuito, mentre in Italia grava sproporzionatamente su lavoratori dipendenti e imprese, lasciando margini di elusione più ampi per altri settori.

All’estremo opposto, la Svizzera ha un cuneo fiscale pari al 22,9%, l’Irlanda al 25,7%, la Nuova Zelanda al 19,2%. In questi contesti, il lavoro è meno tassato e quindi più dinamico. L’effetto è evidente: occupazione più alta, maggiore produttività, maggiori consumi.

I numeri che parlano (troppo)

Il cuneo fiscale è una di quelle variabili che — come il debito pubblico o l’avanzo primario — raccontano molto più di quanto sembri. Dietro un numero secco, si celano milioni di vite che si confrontano ogni giorno con un paradosso: lavorare di più non significa sempre guadagnare di più. Anzi, spesso comporta scatti d’imposta che rendono economicamente inefficiente ogni progresso.

La progressività apparente dell’imposta sul reddito si trasforma in una trappola reale, in cui la differenza tra chi guadagna 25.000 e chi guadagna 38.000 euro si riduce drasticamente in termini di reddito netto, una volta considerate le addizionali comunali, le soglie ISEE, l’inaccessibilità a bonus, e l’eliminazione degli sconti contributivi.

Una riforma strutturale mai nata

La riduzione del cuneo fiscale è una delle promesse più reiterate della politica italiana, trasversale a tutti gli schieramenti. Eppure, le misure adottate finora sono state parziali, temporanee, condizionate. La decontribuzione introdotta nel 2023 per i redditi fino a 35.000 euro è stata senza dubbio un segnale, ma si è rivelata insufficiente, specie in un contesto inflattivo.

A mancare è una riforma strutturale della tassazione sul lavoro, che sposti il peso fiscale da ciò che si produce a ciò che si consuma o si possiede. Perché è assurdo che in Italia il lavoro sia tassato al 47% e gli immobili inutilizzati al 10%, che il piccolo imprenditore paghi più del titolare di rendite finanziarie.

Conclusione: il cuneo che ferisce l’equità

Nel 2024, il cuneo fiscale in Italia non è solo un indicatore economico, ma una ferita aperta nel corpo della società produttiva. Una ferita che colpisce chi lavora, chi assume, chi innova, e soprattutto chi cerca di vivere dignitosamente senza dipendere da sussidi. Una ferita che non sarà sanata da bonus estemporanei o slogan da conferenza stampa.

La questione non è solo fiscale: è sociale, culturale, etica. L’Italia ha bisogno di recuperare un principio fondamentale della giustizia tributaria: chi lavora deve essere premiato, non penalizzato. Chi produce valore deve poterlo vedere riconosciuto anche nel proprio stipendio netto, non solo nelle tabelle dell’OCSE.

Finché ciò non accadrà, ogni euro in più guadagnato sarà una piccola sconfitta, e ogni riforma mancata sarà una grande occasione perduta.

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