Giugno è il mese della dichiarazione dei redditi, stagione fiscale in cui milioni di contribuenti italiani mettono mano a 730 e Modelli Redditi PF per fare i conti con lo Stato. Il 2025, però, non è un anno come gli altri. Le novità introdotte con la riforma dell’IRPEF nella Legge di Bilancio 2024 – ora pienamente operative – hanno modificato profondamente le dinamiche di imposizione, riduzione del prelievo e redistribuzione fiscale. Ma quanto incasserà lo Stato? Quanti rimborsi sono attesi? E, soprattutto, che cosa cambia rispetto alla campagna dichiarativa dello scorso anno?
Un primo dato certo arriva dalla Nota Integrativa del bilancio statale 2025–2027: il Ministero dell’Economia e delle Finanze stima un gettito IRPEF per l’anno in corso pari a 256,6 miliardi di euro in termini di competenza e 249,8 miliardi in termini di cassa. Numeri in crescita rispetto al consuntivo 2024, che si attestava attorno ai 240 miliardi. Una crescita nominale del gettito superiore al +6%, che tuttavia va letta alla luce di diverse variabili: l’aumento fisiologico del PIL, la dinamica salariale moderatamente espansiva, ma soprattutto l’effetto strutturale della nuova architettura delle aliquote IRPEF.
Tre aliquote per semplificare, ma a chi conviene?
La vera novità della dichiarazione 2025 è l’introduzione – strutturale – del nuovo impianto a tre aliquote:
- 23% fino a 28.000 euro,
- 35% da 28.001 a 50.000 euro,
- 43% oltre i 50.000 euro.
Una semplificazione rispetto alla precedente struttura a quattro scaglioni, che però non porta automaticamente a un beneficio per tutti. I contribuenti con redditi tra i 15.000 e i 28.000 euro beneficiano appieno dell’aliquota ridotta. Tuttavia, chi si colloca in prossimità dei 50.000 euro può addirittura vedere un leggero incremento di prelievo a parità di reddito dichiarato, in funzione del nuovo meccanismo di detrazioni.
Proprio le detrazioni sono l’altro campo di battaglia. Il governo ha ritoccato verso l’alto la detrazione per lavoro dipendente – portandola a 1.955 euro per i redditi fino a 15.000 euro – ma ha anche introdotto un taglio secco per i redditi elevati. Chi guadagna oltre 75.000 euro annui vedrà ridursi drasticamente il valore delle detrazioni, con effetti penalizzanti per famiglie monoreddito con figli a carico.
Rimborsi: il grande silenzio dell’amministrazione
Nel pieno della campagna dichiarativa, ciò che manca – ed è un’assenza pesante – è la comunicazione ufficiale da parte del MEF o dell’Agenzia delle Entrate sull’ammontare stimato dei rimborsi IRPEF. L’anno scorso, i rimborsi IRPEF riconosciuti e liquidati ai contribuenti (sommando le erogazioni con 730 e Modello Redditi) superarono i 20 miliardi di euro, con picchi nei mesi di luglio e agosto, soprattutto per i lavoratori dipendenti che avevano diritto a bonus, detrazioni da figli a carico, spese sanitarie, ristrutturazioni e bonus edilizi.
Per il 2025, però, manca una previsione ufficiale. Le variazioni normative introdotte – soprattutto i limiti alle detrazioni per i redditi elevati – potrebbero ridurre l’importo medio dei rimborsi per una fascia importante di contribuenti. D’altra parte, l’aumento delle detrazioni per i redditi medio-bassi potrebbe spingere verso l’alto il numero di contribuenti che avranno diritto a una somma a credito.
Il risultato, almeno in termini aggregati, potrebbe essere un effetto compensazione, ma l’assenza di numeri ufficiali impedisce ogni valutazione trasparente. Una lacuna non solo tecnica, ma anche politica, in un contesto in cui la restituzione di risorse fiscali rappresenta uno dei pochi meccanismi redistributivi ancora efficaci.
Confronto con l’anno passato
Nel 2024, la dichiarazione dei redditi relativa al periodo d’imposta 2023 si era svolta in un contesto ancora segnato dalle conseguenze inflazionistiche del biennio 2022–2023. I salari reali erano stati compressi, e numerosi bonus fiscali – tra cui il taglio del cuneo contributivo e i fringe benefit – avevano agito come ammortizzatori temporanei. L’IRPEF, però, non aveva ancora recepito le riforme strutturali: i quattro scaglioni restavano attivi, e l’effetto della pressione fiscale era più visibile soprattutto nella fascia dei redditi tra 28.000 e 40.000 euro.
Il gettito effettivo IRPEF per il 2024 (riferito a redditi 2023) si è attestato intorno ai 240 miliardi, con un incremento rispetto all’anno precedente. Tuttavia, a livello microeconomico, la sensazione prevalente fu quella di una stagnazione: le famiglie non videro un beneficio netto, mentre i rimborsi si concentrarono su detrazioni tradizionali (spese mediche, interessi mutuo, istruzione, figli).
Il 2025 promette una svolta, ma è ancora troppo presto per dire se il saldo sarà favorevole o deludente. L’assenza di informazioni sui rimborsi è già un campanello d’allarme: lo Stato, che conosce in tempo reale le dichiarazioni trasmesse per via telematica, non può permettersi di lasciare i contribuenti senza bussola.
Considerazioni finali: una fiscalità che cerca la sua coerenza
Il tentativo di semplificazione dell’IRPEF – e la volontà dichiarata di “premiare il lavoro” – rappresentano un passo nella giusta direzione. Tuttavia, senza trasparenza sulla dimensione redistributiva, senza chiarezza su chi guadagna e chi perde, la riforma rischia di diventare una scatola opaca. La crescita del gettito, se non accompagnata da rimborsi equi, non è segno di efficienza, ma di una pressione fiscale che non lascia spazio alla ripartenza dei consumi.

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