Il tempo in cui la Banca d’Italia esprimeva giudizi aridi, formulati in nome della neutralità tecnica, è – almeno in parte – tramontato. La prima relazione del Governatore Fabio Panetta, presentata il 30 maggio 2025, si distingue per tono, profondità e consapevolezza storica. Tuttavia, proprio laddove il discorso si apre alla diagnosi sociale, si avverte con nettezza un vuoto: la mancanza di coraggio nell’indicare una strategia concreta per rilanciare la domanda interna e per restituire potere d’acquisto a una popolazione che da troppo tempo si è vista derubata della speranza.

Panetta ha dipinto un quadro lucido, non certo indulgente. L’inflazione, ha spiegato, è rientrata sotto il 2%, ma ha lasciato dietro di sé macerie silenziose: salari erosi, consumi rallentati, famiglie prudenti fino all’autocensura. Eppure, nel medesimo intervento, il Governatore ha salutato con favore gli investimenti in tecnologie ad alta produttività, riconoscendo che proprio da questi potrebbe derivare una nuova stagione di efficienza economica, capace di sostenere la competitività e – in via indiretta – anche gli aumenti salariali.

Ma qui sta l’ambiguità: l’auspicio di una ripresa dei salari è rimesso al mercato, come se il semplice fatto di aver investito in robotica, intelligenza artificiale e cloud computing fosse di per sé garanzia sufficiente per far ripartire le buste paga e quindi la spesa delle famiglie.

Invece, ciò che manca – e manca radicalmente – è una chiamata esplicita a riattivare la leva della redistribuzione salariale, attraverso un patto serio tra produttività, capitale e lavoro. Un silenzio che pesa.


La domanda interna resta al palo

Il contesto macroeconomico descritto da Panetta è caratterizzato da una crescita debole (+0,7% nel 2024), esportazioni in contrazione e una domanda interna stagnante. In condizioni simili, un tempo, i banchieri centrali non esitavano a consigliare la compressione della spesa, l’austerità come via unica, e la cosiddetta “disciplina di bilancio” come totem.

Oggi, quel rigore ideologico appare stemperato, ma non ancora sostituito da una visione alternativa. Il Governatore evita accuratamente di parlare di sgravi fiscali mirati, di interventi sulla contrattazione collettiva. L’idea che lo Stato possa agire direttamente per spingere i consumi è assente, sebbene sia del tutto evidente che nessun ciclo economico si riavvia senza spesa interna.

Così, il cuore economico del Paese resta sospeso, come un motore acceso ma senza trasmissione. Le famiglie non spendono perché il lavoro non remunera adeguatamente, i salari non crescono perché si attende la crescita della produttività, e la produttività cresce senza che i benefici si traducano in dinamiche redistributive reali. Un cortocircuito perfetto.


Il paragone con il passato: dalla distruzione alla timidezza

Per comprendere il peso dell’attuale neutralità, basta volgere lo sguardo al passato recente. Negli anni successivi alla crisi dei debiti sovrani, i precedenti governatori di Palazzo Koch – da Draghi a Visco – non mostrarono esitazioni nell’indicare ricette che si tradussero in una vera e propria distruzione della domanda interna. Austerità, tagli lineari, aumento dell’IVA, blocco della spesa pubblica, contrazione salariale: era la stagione dell’“aggiustamento strutturale”, in cui il pareggio di bilancio contava più della coesione sociale.

In quegli anni, si teorizzò senza pudore che fosse necessario ridurre la propensione al consumo, ritenendo che solo così l’Italia potesse “ritrovare competitività” e conquistare mercati esteri. Di fatto, si trattò di una gigantesca svalutazione interna, costruita sulla pelle dei lavoratori dipendenti e dei piccoli imprenditori.

Oggi, Panetta sembra voler abbandonare quella linea, ma non osa indicarne una nuova. È come se il trauma dell’austerità avesse lasciato un vuoto, non ancora riempito da una nuova dottrina capace di coniugare stabilità con sviluppo, reddito con dignità.


Un’occasione mancata?

Panetta riconosce che l’occupazione è cresciuta, ma non denuncia che la qualità dei contratti resta precaria, la dinamica salariale bloccata, la tassazione sul lavoro insostenibile. Parla di sicurezza, di investimenti pubblici, di coesione europea, ma non scende nel dettaglio su come riattivare la domanda interna. Eppure, in una fase in cui la BCE ha smorzato il ciclo rialzista dei tassi, e l’inflazione è in calo, lo spazio di manovra c’è.

Una stagione di aumenti contrattuali, sorretta da incentivi selettivi e da una revisione del cuneo fiscale, non sarebbe un lusso ideologico, ma una necessità sistemica per riequilibrare la distribuzione del reddito e rilanciare i consumi. L’Italia, paese di risparmiatori spaventati e lavoratori sottopagati, ha bisogno di ritrovare la fiducia nella propria capacità di spesa. E questa fiducia non nasce dai grafici, ma dalle buste paga.


Conclusione

Panetta ha segnato un passo in avanti rispetto alla stagione dell’austerità cieca. Ma ha compiuto solo un mezzo passo: ha descritto i problemi con intelligenza, ha elogiato i progressi tecnologici, ma non ha avuto la forza di indicare una visione alternativa in grado di restituire centralità al lavoro e dignità al consumo.

La domanda interna resta prigioniera di una prudenza eccessiva. Il potere d’acquisto delle famiglie, eroso da anni di stagnazione salariale e inflazione importata, non sarà mai ricostruito senza un atto politico chiaro, coraggioso, redistributivo.

La stagione degli aumenti salariali non può essere rimessa alla speranza. Deve diventare, oggi, una scelta di sistema. In questo, il silenzio del Governatore pesa più di molte parole.

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