Introduzione
Nel vocabolario dominante dell’informazione economica, il debito pubblico viene rappresentato come un mostro a più teste: una passività insostenibile, una minaccia incombente, un peso morale e contabile che grava sulle future generazioni. A rafforzare questa narrazione contribuisce l’equazione errata e fuorviante secondo cui il debito dello Stato sarebbe simile a un debito familiare, a un mutuo, a un’obbligazione privata. Ma questa rappresentazione è tecnicamente inesatta e politicamente funzionale alla perpetuazione di una logica di austerità e di sacrificio.
Il debito pubblico moderno, in realtà, è uno strumento di politica economica, un’espressione della sovranità monetaria e fiscale dello Stato, non una colpa da espiare. Comprendere questa differenza non è un esercizio teorico: è una necessità per orientare correttamente il dibattito sulle politiche pubbliche e per liberare l’immaginario collettivo dalla tirannia del bilancio come vincolo ontologico.
- Natura e dinamica del debito pubblico: una macchina che si rinnova
Il debito pubblico italiano, come dichiarato nei documenti ufficiali del MEF e nella Relazione annuale sulla gestione del debito, ammonta a circa 2.850 miliardi di euro (dato 2023). Di questi, oltre l’85% è costituito da titoli di Stato in circolazione, il cui rinnovo costituisce la regola e non l’eccezione. Solo nel 2022, secondo il Rendiconto generale dello Stato, sono stati rimborsati titoli per circa 412 miliardi di euro e, parallelamente, emessi nuovi titoli per un ammontare superiore a 420 miliardi, a dimostrazione del principio di continuità del debito.
Questi numeri chiariscono un punto fondamentale: il debito pubblico non si estingue mai interamente, ma si rinnova costantemente. Alla scadenza di un BTP, lo Stato non “paga il debito” come farebbe un cittadino alla fine del mutuo: lo rifinanzia, cioè emette nuovo debito per rimborsare quello vecchio. Questo meccanismo, lungi dall’essere patologico, è fisiologico nel contesto di uno Stato sovrano che utilizza i mercati finanziari come fonte regolare di liquidità.
- L’infondatezza dell’analogia con il debito privato
Un mutuo, per esempio, ha una finalità specifica: finanziare l’acquisto di un bene immobiliare. Ha un piano di ammortamento prefissato, un tasso d’interesse concordato, e un vincolo reale (l’ipoteca). In caso di inadempienza, scatta l’esecuzione forzata. Il contratto è regolato dal codice civile e dalla giurisdizione ordinaria.
Il debito pubblico, al contrario, non ha una finalità univoca ma plurima: finanzia la spesa sanitaria, gli stipendi pubblici, gli investimenti infrastrutturali, la scuola, la giustizia. Non ha un piano di estinzione lineare, ma è oggetto di gestione attiva e continua, calibrata in base ai tassi di interesse, alla curva dei rendimenti e alle condizioni macroeconomiche. Non prevede esecuzione forzata in caso di insolvenza, ma eventualmente ristrutturazione o interventi di politica monetaria.
L’errore concettuale nasce dal voler assimilare due entità giuridicamente e funzionalmente distinte. Il privato si indebita per necessità. Lo Stato si indebita per scelta politica, per indirizzare l’economia, per sostenere la domanda interna, per difendere la coesione sociale.
- Perpetuità funzionale e sovranità economica
Come già intuìto da Keynes, e poi ribadito da economisti come Abba Lerner con la teoria della finanza funzionale, il debito pubblico non deve essere valutato come un fardello da estinguere, ma come uno strumento da gestire. La sua “perpetuità” non è un fallimento, ma una condizione strutturale della finanza moderna.
Ogni Stato emette debito non per colmare una carenza, ma per creare strumenti finanziari: i titoli di Stato sono anche riserve bancarie, collaterali per la BCE, attivi nei bilanci delle famiglie e delle assicurazioni. Essi rappresentano fiducia, non fallimento.
Quando il MEF rifinanzia 400 miliardi di titoli scaduti con altrettanti miliardi di nuovi titoli, non è in difficoltà: è in pieno esercizio della sua funzione economica. Nessuna impresa, nessuna famiglia, potrebbe operare con tale continuità. Solo lo Stato, in quanto soggetto dotato di potere di imposizione fiscale e, se sovrano, di emissione monetaria, può farlo.
- La mistificazione del debito come colpa
Dietro la narrazione moralistica del debito si cela una strategia politica precisa: giustificare tagli alla spesa pubblica, privatizzazioni, riforme strutturali che erodono diritti. L’idea che “abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità” è un artificio retorico utile a colpevolizzare i cittadini e a deresponsabilizzare le classi dirigenti.
Eppure, è sufficiente osservare la dinamica dei tassi d’interesse e la crescita del debito in fasi recessive per comprendere che spesso lo Stato si indebita non per sperperare, ma per salvare l’economia dal collasso.
Il problema non è il debito in sé, ma l’uso che se ne fa e il contesto in cui si gestisce. Un debito contratto per costruire scuole, ospedali, reti digitali, è un debito buono. Un debito contratto per coprire interessi sul debito pregresso è invece il frutto di vincoli imposti da una struttura monetaria disfunzionale, come quella dell’eurozona.
Conclusione
Il debito pubblico non è un mutuo. È lo strumento con cui uno Stato moderno afferma la sua presenza economica. È l’interfaccia tra la politica fiscale e il mercato finanziario. È la cornice entro cui si decide se la spesa pubblica debba essere motore di sviluppo o vincolo contabile.

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