Nel vasto teatro delle relazioni internazionali, le sanzioni economiche si configurano come un’arma intermedia: non sono missili, ma nemmeno retorica diplomatica. Con l’invasione dell’Ucraina da parte della Federazione Russa nel febbraio 2022, l’Unione Europea, insieme a Stati Uniti, Regno Unito e numerosi altri Paesi, ha dato avvio a una delle più vaste campagne sanzionatorie della storia recente. Il fine era dichiarato: “indebolire la capacità economica e militare della Russia” costringendola al tavolo negoziale. Tuttavia, come spesso accade in economia, gli effetti collaterali sono entrati prepotentemente in scena. E non a caso, le stime oggi ci consegnano un quadro ambivalente: se Mosca ha dovuto ricalibrare la propria struttura economica, Bruxelles e Berlino hanno accusato perdite non marginali in termini di PIL, competitività e coesione industriale.
La Russia: resilienza armata o illusione statistica?
Nel 2022, anno cruciale dell’impatto iniziale delle sanzioni, la Russia ha registrato una contrazione del PIL del -2,1%, secondo quanto riportato dal Fondo Monetario Internazionale. Un valore che, di per sé, suggerisce un contraccolpo minore del previsto. Ma è nel triennio successivo che si osserva il vero punto di forza dell’apparato putiniano: la capacità di riconversione dell’apparato produttivo a fini bellici e la chiusura dei circuiti monetari interni attraverso politiche restrittive e un interventismo statale senza precedenti. Il risultato? Una crescita del +3,6% nel 2023 e del +4,1% nel 2024, sebbene gonfiata artificialmente da spese militari e da una domanda interna forzatamente indirizzata.
L’inflazione, tuttavia, ha toccato vette del 12,8%, costringendo la Banca Centrale Russa a mantenere i tassi al 21%, una scelta che – pur calmierando i prezzi – deprime gli investimenti privati e sterilizza l’innovazione di mercato. Le esportazioni russe verso l’UE sono crollate dell’80%, mentre le importazioni si sono ridotte di oltre il 60%. La risposta di Mosca è stata la diversificazione verso Asia e Africa, e un utilizzo sempre più intensivo del Fondo Nazionale di Ricchezza – sceso a meno del 3% del PIL – per coprire i deficit, il quale, secondo le stime, potrebbe esaurirsi nel 2025.
In termini settoriali, le sanzioni hanno colpito duramente l’high-tech, l’aviazione, l’industria meccanica e quella dell’energia. Eppure, paradossalmente, proprio la guerra ha rilanciato la domanda interna di armamenti e prodotti a duplice uso, alterando la fisiologia di un’economia che oggi ha tutte le sembianze di un modello keynesiano bellico autarchico.
L’Unione Europea: una scelta politica pagata con divari industriali
L’Europa ha adottato, fino a oggi, 17 pacchetti sanzionatori, il cui perimetro si estende dal blocco delle transazioni finanziarie all’embargo su petrolio e gas, fino al congelamento di oltre 2.400 asset di individui ed entità legate al Cremlino. Una strategia netta, ma non indolore. Nel solo 2022, l’UE ha registrato una perdita media di PIL dello 0,5%, salita nel triennio successivo a una stima cumulativa tra l’1,5% e il 2%, con picchi maggiori nei Paesi manifatturieri ed energivori.
La Germania ha pagato il prezzo più alto: circa 80 miliardi di euro di interscambio perso con Mosca e un impatto sull’industria chimica e automobilistica senza precedenti. L’Italia, dal canto suo, ha perso 16,6 miliardi di euro in esportazioni verso Russia e Ucraina tra 2021 e 2024, a cui si sommano i 22,9 miliardi in meno verso la Germania, suo primo partner commerciale. Una somma che fotografa più che un danno economico: una frattura nelle catene del valore europee.
La competitività è scesa anche a causa dell’aumento esponenziale dei costi energetici: +80% come media nel 2022, con picchi oltre il 200% per imprese energivore. Il tetto al prezzo del gas, le misure emergenziali e gli stoccaggi forzati hanno arginato la crisi ma hanno aggravato il quadro fiscale, portando i deficit pubblici medi al -3,2% del PIL nel 2024.
Pro e contro: la grande contabilità geopolitica
La tabella comparativa tra Russia e UE evidenzia in modo inequivocabile che, mentre Mosca ha subito perdite commerciali e isolamento finanziario, l’Unione ha pagato in termini di export, inflazione e competitività. Il paradosso? La Russia ha “cresciuto” il proprio PIL grazie a uno shock esogeno bellico, l’UE lo ha “perduto” per scelta geopolitica.
| Indicatore | Russia | Unione Europea |
|---|---|---|
| Perdita PIL (%) 2022 | -2,1% | -0,5% (media UE) |
| PIL cumulato 2022-2024 | -4-5% | -1,5/2% |
| Crescita PIL 2023 | +3,6% | +0,5% (stagnazione) |
| Crescita PIL 2024 | +4,1% | +0,9% |
| Inflazione media 2023 | 12,8% | 6,4% |
| Export verso Russia (variazione) | -80% | -60% |
| Costo energia | controllato internamente | +80% (fino a +200%) |
| Deficit pubblico medio (2024) | -4,8% PIL | -3,2% PIL |
| Perdita competitività export (OCSE) | -10% | -3% |
| Settori più colpiti | Energia, high-tech | Agroalimentare, energia, chimica |
Considerazioni finali: chi vince e chi perde
Nella logica contabile, i danni inflitti e subiti possono essere confrontati. Ma in economia politica non esistono solo bilanci: esistono scelte di campo, retoriche, equilibri. La Russia, pur perdendo miliardi di dollari e subendo l’isolamento globale, ha trovato nell’alleanza con la Cina e nell’autarchia finanziaria una nuova via strategica. L’Europa, invece, ha accettato un contraccolpo economico pur di preservare il principio di sovranità territoriale in Ucraina.
Le sanzioni non hanno annichilito l’economia russa, né hanno messo in ginocchio l’Unione. Hanno, però, trasformato entrambe. Mosca è diventata un laboratorio di economia di guerra. L’Europa un campo di prova per una nuova autonomia strategica, ancora tutta da costruire.
Come in ogni guerra, anche qui – nella battaglia dei dazi e dei rubinetti – la verità non si trova nei comunicati stampa, ma nei grafici del PIL e negli scaffali delle industrie.
E forse, più che un boomerang, questa sanzione reciproca è stata una prova di resistenza.
Fonti principali: FMI, CEPR, ISPI, Confartigianato, ExportPlanning, Banca Centrale Russa, Eurostat, OCSE, World Bank, Reuters.

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