In un recente editoriale pubblicato sul Corriere della Sera si è affermato, con forza e una certa enfasi, che «il 60% degli italiani non paga le tasse». Una simile dichiarazione, se assunta come fotografia fedele della realtà, rischia non solo di alimentare luoghi comuni ma anche di compromettere una corretta lettura del sistema fiscale italiano e del dibattito, assai più complesso, sulla giustizia tributaria. Per fare chiarezza è necessario abbandonare le semplificazioni giornalistiche e analizzare nel dettaglio i dati ufficiali, restituendo al lettore una visione completa, coerente e fondata sul dato economico e giuridico.

Una cifra che inganna

L’affermazione secondo cui “il 60% non paga le tasse” si basa su un fraintendimento strutturale: essa prende come riferimento l’IRPEF, ossia l’imposta sul reddito delle persone fisiche, ma ignora del tutto le altre forme di prelievo fiscale cui sono soggetti anche coloro che non versano direttamente tributi sul reddito.

Nel 2022, secondo i dati dell’Agenzia delle Entrate, sono state presentate 42 milioni di dichiarazioni dei redditi. Di queste, circa 32 milioni hanno prodotto un IRPEF positiva, cioè un’imposta dovuta superiore a zero. Di conseguenza, il 23-24% dei dichiaranti non ha versato IRPEF, ma ciò non significa che il 60% degli italiani non contribuisca affatto alla fiscalità generale. Il riferimento al 60% deriva da un confronto con l’intera popolazione residente, che comprende minorenni, disoccupati, pensionati al minimo, disabili e soggetti a carico che per legge non sono tenuti al pagamento dell’IRPEF.

L’equivoco nasce proprio qui: confondere la platea dei contribuenti con l’intera popolazione residente significa disinformare. È un po’ come dire che i bambini delle scuole elementari non guidano automobili, e quindi non contribuiscono al traffico urbano. Formalmente vero, ma sostanzialmente capzioso.

Le imposte pagate in Italia: una mappa

Per avere un quadro più realistico del peso fiscale in Italia, è necessario considerare tutte le imposte, dirette e indirette. Ecco una panoramica aggiornata della composizione del gettito tributario italiano:

Tipo di impostaGettito annuo (2022-2023)Percentuale sul totale
IRPEF~189 miliardi €~34%
IRES~65 miliardi €~12%
IVA~180 miliardi €~32%
Accise, imposte registro, bollo, etc.~125 miliardi €~22%
Totale~559 miliardi €100%

Come si evince, l’IRPEF e l’IVA rappresentano insieme circa i due terzi delle entrate fiscali. Ma mentre l’IRPEF grava in modo diretto su lavoratori dipendenti e pensionati (che costituiscono, non a caso, i principali contribuenti), l’IVA è una tassa sui consumi: chiunque acquisti un bene o un servizio — anche chi non ha un reddito — paga l’IVA. È dunque evidente che l’intera popolazione partecipa al finanziamento del sistema pubblico, anche in forma indiretta.

L’avanzo primario: una virtù dimenticata

Un altro dato spesso trascurato, ma fondamentale per comprendere la tenuta del nostro sistema fiscale, è quello relativo all’avanzo primario. In termini tecnici, l’avanzo primario è la differenza tra entrate e uscite pubbliche al netto degli interessi sul debito pubblico.

Ecco un quadro sintetico degli ultimi venti anni:

AnnoAvanzo/Disavanzo primario (% PIL)Note
2004-2007+2,5% medioPeriodo pre-crisi finanziaria
2008-2009+1,5% → -0,8%Effetto crisi subprime
2010-2011+1,1% → +1,9%Misure di austerità
2012-2019+1,5% medioConsolidamento fiscale
2020-6,1%Pandemia COVID-19
2021-3,5%Ripresa con misure straordinarie
2022-1,1%Calo delle spese emergenziali
2023+0,2% (stime)Ritorno verso l’equilibrio
2024+0,4% (previsione)Ripresa fiscale ordinaria

In sostanza, l’Italia è uno dei pochi Paesi dell’UE ad aver storicamente generato un avanzo primario, cioè a spendere meno di quanto incassa al netto degli interessi. Questo risultato, frutto anche di una forte pressione fiscale, non è banale: significa che lo Stato italiano, in condizioni normali, è strutturalmente in attivo, ma viene zavorrato dal peso degli interessi sul debito.

La parentesi negativa del 2020-2022 non è una “colpa”, ma una necessità: la pandemia ha imposto uno sforzo eccezionale per sostenere famiglie e imprese, così come è accaduto in quasi tutti i Paesi avanzati.

Conclusioni: una questione di onestà e chiarezza

Etichettare come “evasore” il 60% degli italiani è una scorciatoia intellettuale che non rende giustizia alla complessità del sistema fiscale. I numeri dicono altro: il carico fiscale grava in modo sproporzionato su una parte dei contribuenti — i lavoratori dipendenti e i pensionati — ma ciò non significa che il resto della popolazione non contribuisca affatto.

Il vero problema è l’evasione reale, quella che riguarda redditi occultati, fatturazione irregolare, patrimoni nascosti. Secondo le stime del MEF, il tax gap italiano — ovvero la differenza tra imposte teoricamente dovute e imposte effettivamente versate — è ancora oggi superiore a 90 miliardi l’anno, una cifra che rappresenta una delle principali zavorre della nostra economia.

Occorre allora un discorso onesto: non serve accusare genericamente i “non pagatori” quando molti di essi sono, semplicemente, esenti per legge. Piuttosto, serve riformare il sistema, redistribuire equamente il carico fiscale e colpire davvero chi evade, senza fare di tutta l’erba un fascio.


Bibliografia e fonti:

  • Agenzia delle Entrate – Statistiche sulle dichiarazioni fiscali (2022)
  • Ministero dell’Economia e delle Finanze – Relazione sull’economia italiana (2023)
  • ISTAT – Indicatori di finanza pubblica (2004-2024)
  • Corte dei Conti – Relazioni sul coordinamento della finanza pubblica
  • Corriere della Sera – Editoriale “Il 60% degli italiani non paga le tasse” (maggio 2024)

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