tra crescita apparente, inflazione e consumo bellico

L’economia russa, nel volgere di tre anni, è diventata il paradigma moderno di una struttura economica integralmente riconvertita alla guerra. Non si tratta più di una semplice resistenza agli shock esterni – come quelli derivanti dalle sanzioni internazionali – ma di una vera e propria metabolizzazione dell’economia di guerra come motore della crescita nazionale. Un modello che, almeno nel breve periodo, genera occupazione, stimola i consumi in settori selezionati e sostiene il PIL. Ma che, sul medio-lungo termine, rischia di generare distorsioni sistemiche, squilibri strutturali e un impoverimento diffuso sotto il profilo qualitativo della produzione.

La crescita del PIL: una fiammata artificiale?

Nel 2023, il Prodotto Interno Lordo della Federazione Russa è cresciuto del 3,6%. Nel 2024 ha accelerato ulteriormente, raggiungendo il +4,3%. Una performance che – secondo i dati raccolti da Focus Economics e confermati anche dall’analisi del Bank of Finland Institute for Emerging Economies – risulta trainata dalla spesa pubblica, in particolare nel comparto della difesa (Focus Economics, 2025).

La componente militare del bilancio statale ha ormai superato il 20% del PIL: un livello che non si vedeva dai tempi dell’Unione Sovietica durante la Guerra Fredda. Tale espansione è stata finanziata anche attraverso forme obbligatorie di “patriottismo economico”, come l’imposizione di prestiti forzosi alle imprese strategiche. In parallelo, l’industria bellica ha assorbito manodopera da altri settori, causando carenze in comparti civili e abbattendo la produttività in settori ad alto contenuto tecnologico non militare.

Inflazione, salari e paradosso del potere d’acquisto

Il lato oscuro della medaglia è rappresentato dalla pressione inflazionistica: nel 2024 l’inflazione ha superato il 9,1%, secondo dati ufficiali della Bank of Russia. In risposta, il tasso d’interesse base è stato portato al 21%, il livello più alto registrato dal 1999.

Tuttavia, in un quadro apparentemente contraddittorio, i salari nominali sono aumentati in media del 19% nel 2024, e addirittura del 25% nelle industrie legate alla difesa. Questo ha comportato una temporanea ripresa dei consumi interni, sostenuta anche da incentivi fiscali selettivi e da un rafforzamento della propaganda sui valori nazionali, che spinge il cittadino russo a “consumare patriotticamente”.

Ma tale aumento dei salari non si traduce, per tutti, in un miglioramento reale del tenore di vita. Gli aumenti più consistenti sono concentrati nei settori legati alla guerra; i comparti civili e i lavoratori autonomi invece vedono il proprio potere d’acquisto eroso dall’inflazione, dall’aumento dei prezzi dei beni importati e dalla riduzione dell’offerta complessiva.

Merci introvabili, sostituzioni parziali e nuove rotte

Le sanzioni imposte dai Paesi occidentali, aggravatesi nel 2023 con nuove restrizioni tecnologiche e divieti all’export di beni dual-use, hanno avuto un impatto profondo sulla struttura del commercio estero russo. Le importazioni dai Paesi “ostili” (come definiti dal Cremlino) sono state sostituite, per quanto possibile, da merci provenienti dalla Cina, dall’Iran e da alcuni partner eurasiatici.

Tuttavia, le sostituzioni sono solo parziali. Mancano beni ad alta tecnologia, strumentazioni mediche, componentistica avanzata. Secondo le analisi dello Swedish Institute of International Affairs, molte imprese russe hanno dovuto rallentare o ridimensionare la produzione per l’indisponibilità di materiali chiave (SWP Berlin, 2025).

In ambito alimentare e di largo consumo, si osservano razionalizzazioni. Non si parla ancora di carestia, né di scaffali vuoti, ma l’aumento dei prezzi e la scarsa varietà sono percepibili da ampie fasce della popolazione. La “sovranità alimentare” propagandata dal governo si scontra con la realtà di un’agricoltura penalizzata dalla mancanza di fitofarmaci occidentali e da difficoltà logistiche interne.

Una crescita senza respiro

Il motore dell’economia russa gira, ma a pieno regime solo nel comparto difesa. Il settore civile arranca, stretto tra inflazione, tassi d’interesse elevati e scarsità di beni intermedi. Le imprese private non legate allo Stato faticano ad accedere al credito, penalizzate dal drenaggio di risorse verso l’apparato militare.

La struttura economica sta assumendo contorni sempre più dirigisti: lo Stato detta priorità industriali, impone obiettivi di produzione, orienta i flussi di credito. In questo contesto, parlare di libero mercato diventa fuorviante.

Conclusione: crescita apparente, crisi latente

La Russia del 2025 non è tecnicamente in recessione, ma l’apparente crescita del PIL nasconde una realtà fragile, sbilanciata e priva di sostenibilità. Il Paese si trova a camminare sul filo di un equilibrio instabile: da un lato la resilienza economica straordinaria costruita in funzione bellica; dall’altro, la progressiva erosione delle basi civili dell’economia, della libertà d’impresa e del benessere diffuso.

In sintesi:

  • PIL in crescita (2024: +4,3%), ma grazie a spesa militare (+20% del PIL).
  • Inflazione oltre il 9%, tassi d’interesse al 21%.
  • Salari nominali in aumento, ma con disparità crescenti.
  • Carenza di beni importati e produzione interna non sufficiente a compensare.
  • Prospettive 2025-2026 in rallentamento, con previsioni di crescita al 2% e sotto l’1% dal 2027.

Come ammoniva già Ludwig von Mises, “l’economia di guerra non produce ricchezza: la consuma”. In Russia, oggi più che mai, questo principio sta tornando a manifestarsi con forza, tra le pieghe di una propaganda trionfalistica e i numeri di una realtà contabile sempre più difficile da sostenere.

Lascia un commento