L’economia vaticana – spesso ritenuta opaca, impenetrabile, talvolta mitizzata – è, in realtà, un organismo amministrativo sorprendentemente simile a quello di uno Stato moderno: entrate ordinarie, spese correnti, bilanci consolidati, fondi pensione, asset immobiliari, investimenti mobiliari, riforme di governance. Ma la peculiarità del Vaticano è che, a differenza di qualsiasi altro Stato, la sua missione non è la crescita del PIL, bensì la salus animarum. È per questo che analizzare l’evoluzione dei bilanci della Santa Sede dal 2005 al 2025 equivale a scrutare l’anima contabile di un’istituzione spirituale posta però nel cuore delle dinamiche economiche mondiali.
I primi anni: il crepuscolo di Giovanni Paolo II e le sfide di Benedetto XVI
Nel 2005, l’anno della morte di Karol Wojtyła, il Vaticano spese circa 7 milioni di euro in operazioni straordinarie legate al funerale e al successivo conclave. Il bilancio, ancora gestito secondo i criteri poco trasparenti degli anni precedenti, si chiuse formalmente in pareggio, ma già si intravedevano le prime criticità: un’organizzazione costosa, una gestione patrimoniale statica e una forte dipendenza da donazioni internazionali.
Durante il pontificato di Benedetto XVI (2005–2013), il Vaticano registrò bilanci altalenanti, con alcuni anni in attivo ma più frequentemente segnati da deficit crescenti. Il picco negativo si ebbe nel 2013, anno delle sue storiche dimissioni, con un passivo di circa 24 milioni di euro. A pesare furono, oltre ai costi istituzionali del conclave, anche le prime avvisaglie della crisi finanziaria globale, che toccò anche le rendite immobiliari e finanziarie vaticane.
Il pontificato di Papa Francesco: austerità, scandali e riforma
L’elezione di Jorge Mario Bergoglio ha segnato una svolta anche sul piano economico. Papa Francesco ha infatti intrapreso una serie di profonde riforme tese a rendere trasparente, sobria ed etica l’intera struttura finanziaria della Santa Sede. Nasce la Segreteria per l’Economia, si rafforza il ruolo dell’APSA (Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica), si rinnova la normativa antiriciclaggio, e viene progressivamente normalizzata la funzione dell’Istituto per le Opere di Religione (IOR).
Tuttavia, la spinta etica non basta a risanare un sistema strutturalmente fragile. Il bilancio della Santa Sede – da distinguersi da quello dello Stato della Città del Vaticano, più modesto e con profili economici differenti – continua a chiudere in rosso. Nel 2023 si registrano spese per 1.236 milioni di euro contro entrate per 1.152 milioni, generando un disavanzo di circa 84 milioni. Il 2024 e il 2025 vedono un leggero miglioramento, ma il deficit si attesta ancora intorno ai 70 milioni annui.
Le cause? Molteplici. Le donazioni dei fedeli, in costante calo, passano da 82 milioni (2009) a 52 milioni (2023); la pandemia ha inciso profondamente sulle entrate turistiche e museali; e uno scandalo finanziario, culminato nel processo e condanna del cardinale Becciu per un disastroso investimento immobiliare a Londra, ha minato la fiducia dei benefattori.
Il patrimonio vaticano: ricchezza illiquida e vulnerabilità strutturali
Secondo le ultime stime, il patrimonio netto della Santa Sede ammonta a circa 4 miliardi di euro, una cifra che appare imponente ma che è largamente immobilizzata in proprietà immobiliari e risorse difficilmente monetizzabili. L’APSA gestisce oltre 4.000 unità immobiliari, ma molti di questi beni, per motivi etici o canonici, non sono messi a reddito secondo logiche di mercato. Lo IOR, che nel 2012 generava utili per oltre 86 milioni, ha chiuso il 2023 con un utile netto di 30,6 milioni, confermandosi comunque il polmone finanziario più efficiente.
Ciò che preoccupa maggiormente è però il fondo pensioni. Gli attuari interni e gli osservatori esterni convergono nel ritenere che il sistema attuale non sia sostenibile nel lungo periodo. I contributi versati dai circa 5.000 dipendenti (tra Curia, Musei Vaticani, radio, università e diocesi estere) non sono sufficienti a garantire il pagamento delle pensioni future. Questo problema, aggravato dall’invecchiamento del personale e dalla stagnazione delle entrate, impone riforme rapide e dolorose.
Il Giubileo 2025: occasione di rilancio o palliativo temporaneo?
Il Giubileo straordinario convocato per il 2025 rappresenta una chance irripetibile. Si stima che l’afflusso di pellegrini possa generare entrate eccezionali per i Musei Vaticani, per l’Obolo e per le strutture ricettive ecclesiastiche. Tuttavia, si tratta pur sempre di una tantum. Il nodo centrale rimane la necessità di una nuova architettura finanziaria: meno dipendenza da donazioni, più efficienza nella gestione patrimoniale, accountability pubblica.
Papa Francesco, già nel 2021, ha ridotto gli stipendi dei cardinali del 10%, ha sospeso le assunzioni e ha imposto limiti rigorosi alle spese superflue. Ha anche istituito la “Commissio de donationibus” per rilanciare la fiducia nella trasparenza gestionale delle offerte. Ma il peso degli errori del passato è ancora alto.
Conclusione: una finanza al servizio del Vangelo
L’economia vaticana, pur non essendo finalizzata al profitto, deve rispondere agli stessi criteri di responsabilità e sostenibilità di qualunque altra entità pubblica. La differenza sostanziale sta nella finalità: non arricchire, ma sostenere la missione della Chiesa universale, aiutare i poveri, diffondere il messaggio evangelico. Tuttavia, questo nobile fine non può prescindere da una contabilità rigorosa, da una gestione trasparente, e da una cultura economica moderna, fondata sull’etica e sulla competenza.
Il bilancio della Santa Sede, in ultima istanza, non misura solo il denaro, ma la capacità della Chiesa di essere fedele alla sua missione anche nel mondo materiale. La riforma è ancora in cammino, e molto dipenderà dalla futura guida della Curia e dalla maturità del popolo ecclesiale nel sostenere, comprendere e vigilare.
Fonti principali: Vatican News, Avvenire, SkyTG24, Tiscali, APSA, IOR, Geopop, Cadenaser
Data aggiornamento: maggio 2025

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