Che la transizione ecologica fosse divenuta ben più di un indirizzo di politica ambientale era chiaro da tempo. Oggi, però, essa si manifesta apertamente come leva ideologica e normativa in grado di orientare interi settori produttivi, persino quelli d’élite, apparentemente impermeabili al condizionamento: come la Formula 1.

La massima categoria del motorsport, che un tempo faceva della libertà ingegneristica e dell’eccesso la propria cifra distintiva, sta oggi piegandosi all’imposizione di un nuovo dogma: la sostenibilità climatica come valore assoluto. La “mano lunga green” si estende fino ai laboratori dove nascono le monoposto, guidando con fermezza lo sviluppo delle future power unit e – soprattutto – imponendo l’uso esclusivo di carburanti non fossili.

Il paradosso del progresso: quando innovare costa troppo

Dal 2026 la Formula 1 adotterà motori ibridi che useranno carburanti sintetici (e-fuel), prodotti da CO₂ catturata e idrogeno verde. Una meraviglia tecnica, certo. Ma anche una filiera costosissima e ancora poco efficiente. Il costo stimato per litro di questi carburanti oscilla oggi tra i 10 e i 12 euro, a fronte di una benzina da competizione che costa intorno ai 2,5 euro/litro. In mezzo, soluzioni intermedie come i biocarburanti avanzati, con costi sui 5,5 euro/litro.

Il grafico qui sotto illustra questa sproporzione:

Ricerca e sviluppo: chi comanda la direzione dell’innovazione?

Sotto la bandiera della transizione ecologica, le scuderie sono costrette a reindirizzare milioni in attività di ricerca sperimentale applicata, in linea con quanto previsto dall’OCSE: sviluppo di tecnologie nuove o significativamente migliorate, anche senza garanzia di successo commerciale a breve termine.

Ma qui il punto non è più l’innovazione per servire la competizione. È la competizione che viene piegata a servire l’ideologia. Non si sperimenta per vincere. Si sperimenta per uniformarsi. Non si sviluppano soluzioni per ottenere vantaggio tecnico, ma per rispettare il vincolo normativo.

Un gioco a tre: industria, green policy e capitali

Dietro questa svolta non c’è solo la FIA. Vi sono colossi energetici che sponsorizzano la nuova Formula 1 – Shell, Aramco, Petronas – e che puntano a usare il palcoscenico mediatico per “ripulire” la propria immagine, testando nel contempo nuovi modelli di business fondati sui carburanti sintetici. Non è un caso che proprio Aramco sia partner ufficiale nella definizione del regolamento tecnico 2026. Chi paga, detta l’agenda.

Le case automobilistiche, dal canto loro, usano la F1 per sviluppare soluzioni da trasferire alla produzione premium. Le istituzioni europee, infine, trovano nella F1 una cassa di risonanza per legittimare agli occhi dell’opinione pubblica un modello economico basato su costi elevati e accessibilità ridotta.

Considerazioni finali

Siamo davanti a un nuovo paradigma. La Formula 1 – laboratorio d’eccellenza della meccanica mondiale – si trova a dover scegliere: essere avanguardia tecnologica o vetrina ideologica?
Nel nome della sostenibilità, si rischia di perdere non solo il senso della competizione, ma il principio stesso di libertà tecnica che aveva fatto grande questo sport.


Fonti:

  • FIA Technical Regulations (2026 draft), consultato su fia.com
  • “Synthetic Fuels: Hype or Hope?”, Transport & Environment, 2023
  • Shell Motorsport Technical Papers, 2022-2024
  • Manuale Frascati, OECD, 2015 edition
  • Dati di settore elaborati da Motorsport Technology Journal, 2024

Lascia un commento