C’è un principio economico elementare che nessun trattato mette in discussione: se aumenta l’offerta e la domanda resta invariata, il prezzo tende a scendere. È un assioma tanto semplice quanto universale. Ma cosa succede quando questo principio viene invocato per spiegare una dinamica che, a un secondo sguardo, sembra rispondere a tutt’altre logiche? È il caso del petrolio nel 2025: il prezzo è crollato sotto i 60 dollari al barile, mentre la produzione è aumentata. Un comportamento coerente con la teoria economica? Sì. Ma è la decisione di aumentare la produzione – non il calo del prezzo – ciò che merita attenzione. È lì che si cela il vero paradosso.
Una fotografia dei fatti: numeri e contesto
Nel 2025, la produzione globale di petrolio ha superato gli 83 milioni di barili al giorno, con l’OPEC+ (cartello che include Arabia Saudita, Russia e altri) che ha deliberatamente aumentato l’offerta di 411.000 barili al giorno da maggio, promettendo ulteriori rialzi. Questo in un contesto in cui la domanda globale è stagnante per tre motivi principali:
Il rallentamento dell’economia mondiale, in particolare in Cina e nei Paesi emergenti;
Le incertezze legate alle guerre tariffarie e alle tensioni commerciali tra Stati Uniti e resto del mondo;
Il cammino ancora incerto e incoerente della transizione energetica, che riduce la centralità del greggio nei piani industriali di medio termine.
In questo scenario, il prezzo del Brent si è stabilizzato su livelli tra i 58 e i 60 dollari al barile, ben al di sotto dei livelli necessari per sostenere i bilanci di molti Paesi produttori.
Il paradosso non è nel prezzo, ma nella scelta
Dire che il prezzo scende perché aumenta l’offerta è corretto. Ma resta da spiegare perché l’offerta stia aumentando ora, in assenza di domanda e a scapito degli interessi economici dei produttori stessi. Non è razionalità economica: è strategia politica.
Il comportamento dell’OPEC+ tradisce una logica non di mercato. Se l’obiettivo fosse puramente economico – massimizzare le entrate petrolifere – l’organizzazione avrebbe ridotto l’offerta per sostenere i prezzi, come fece in passato. Invece, agisce in controtendenza. Questo apre a interpretazioni più profonde.
Ipotesi di lettura sistemica
- Competizione intra-cartello e fame di liquidità
Alcuni membri dell’OPEC+ non riescono più a tollerare le restrizioni produttive. Paesi come la Russia, colpiti da sanzioni e deficit pubblici crescenti, preferiscono vendere più greggio a un prezzo più basso, piuttosto che sottostare ai limiti imposti da Riad. L’unità del cartello è più fragile che mai. - Guerra commerciale energetica contro gli USA
L’aumento di offerta può anche essere una mossa deliberata per mettere in crisi il petrolio da scisto americano, che ha costi di estrazione superiori. Un ritorno al “modello 2014”, quando i sauditi affondarono i prezzi per erodere la competitività energetica statunitense. - Strumento di diplomazia geopolitica
Mantenere il petrolio a basso costo può essere una forma di “diplomazia energetica”, utile per negoziare accordi vantaggiosi con la Cina o stabilizzare relazioni con potenze asiatiche e africane. Il prezzo diventa moneta geopolitica, non più solo espressione del valore economico. - Segnali alla finanza globale
Il mercato dei derivati petroliferi mostra una curva in contango (futures più alti del prezzo spot). Gli operatori speculano su una futura risalita, ma nel breve la debolezza è manifesta. Questo potrebbe servire a “ripulire” il mercato da posizioni long eccessive o a condizionare le aspettative macroeconomiche.
Effetti a catena: quando il petrolio è troppo basso
Il petrolio troppo economico non conviene a nessuno. Le economie dipendenti dall’export energetico sono in affanno. La Russia ha triplicato la stima di deficit per il 2025. L’Arabia Saudita, che ha bisogno di un prezzo medio di 75–80 dollari per bilanciare il bilancio pubblico, rischia di dover rinviare o ridimensionare il programma Vision 2030. Paesi africani e sudamericani, con valute fragili e debiti in dollari, potrebbero vedere peggiorare drasticamente le loro condizioni di accesso al credito.
Ma anche per i Paesi consumatori, l’effetto non è neutro. Prezzi troppo bassi disincentivano gli investimenti nelle fonti alternative, rallentano la transizione ecologica e alimentano instabilità nei Paesi produttori, con ricadute su migrazioni, sicurezza e catene del valore.
Una lettura alternativa: il petrolio come valore indotto
Alla luce di questa complessità, si può legittimamente affermare che il prezzo del petrolio non è più il riflesso di una scarsità fisica, ma il risultato di una volontà sistemica. Come la moneta, anche il greggio ha un prezzo che non nasce dalla materia, ma dalla funzione che il sistema globale gli attribuisce.
Se i produttori accettano di perdere miliardi pur di aumentare l’offerta, è perché stanno operando su un piano che supera la razionalità economica classica. Stanno investendo sul potere, sull’influenza, sull’equilibrio delle alleanze globali. Il barile non è solo energia: è un titolo di sovranità.
In conclusione, il prezzo del petrolio nel 2025 è il segnale di un mondo che ha disimparato la linearità economica per abbracciare la complessità geopolitica. Il mercato del greggio è diventato un’arena dove si combattono guerre fredde, si negoziano equilibri e si definiscono le gerarchie del mondo multipolare.
Non stupisce che, in questo scenario, la logica dell’offerta e della domanda venga superata da quella della volontà e della funzione. Il prezzo del petrolio non scende perché il mercato lo vuole: scende perché qualcuno lo fa scendere. E quel qualcuno non cerca denaro, ma influenza. In tempi come questi, il petrolio non si estrae: si orchestra.

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