C’è una data, nel cuore del calendario civile, che più di ogni altra mette al centro il lavoro non come dato produttivo, ma come fatto sociale, umano, storico. È il Primo Maggio, festa internazionale dei lavoratori, nata dal sangue e dal sacrificio, oggi sospesa tra memoria e marginalità, tra celebrazione e contabilità dei mancati introiti. Una ricorrenza che dice molto più di quanto appare nei cartelloni dei sindacati o nelle piazze gremite per un concerto.
Dalle barricate di Chicago al calendario repubblicano
Per comprendere il valore del Primo Maggio, bisogna tornare indietro nel tempo, Chicago, 1886. Migliaia di operai scesero in sciopero per rivendicare la giornata lavorativa di 8 ore. Le manifestazioni si protrassero per giorni, finché il 4 maggio scoppiò la cosiddetta rivolta di Haymarket. La repressione fu dura. Ci furono morti, condanne sommarie, e un processo farsa che consegnò alla storia i cosiddetti “martiri di Chicago”.
Tre anni dopo, nel 1889, la Seconda Internazionale socialista riunita a Parigi scelse il 1° maggio come giornata simbolica per ricordare quelle lotte e rilanciare l’idea di una dignità operaia internazionale. Non una festa nel senso convenzionale del termine, ma un giorno di lotta e coscienza civile.
In Italia, la prima celebrazione risale al 1891. Ma fu nel dopoguerra, con la fine del fascismo – che aveva abolito la festività nel 1924 in favore del “Natale di Roma” – che il 1° maggio tornò ad essere festa civile. La legge 27 maggio 1949, n. 260, lo riconobbe ufficialmente come “festa nazionale a tutti gli effetti civili”.
Un patrimonio sociale che vale più del PIL
Molti vedono nella Festa del Lavoro una giornata “improduttiva”. Una pausa nel ciclo del valore. Un rallentamento della catena. Ma questa lettura economicista è miope. Il lavoro, prima che essere produzione, è fondamento di dignità e di partecipazione alla comunità nazionale. Come ricorda l’articolo 1 della Costituzione italiana, “l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro”. Non sul capitale, non sul profitto. Sul lavoro.
Non è un caso che il Primo Maggio sia celebrato in oltre 80 Paesi nel mondo, con modalità differenti: in Francia si distribuisce il mughetto, in Germania si tengono cortei politici, in Russia si conserva il tono celebrativo sovietico, mentre negli Stati Uniti, paradossalmente, il “Labor Day” si festeggia a settembre, lontano da ricordi troppo rivoluzionari.
In Italia, l’appuntamento centrale è il Concertone di Piazza San Giovanni a Roma, organizzato da CGIL, CISL e UIL. Un evento che mescola cultura e coscienza, arte e memoria, con oltre 500.000 persone che ogni anno lo seguono in presenza o in TV.
Ma quanto “costa” il Primo Maggio? Una questione di contabilità e visione
Sul piano strettamente economico, è legittimo chiedersi quale sia l’impatto di una giornata festiva come il Primo Maggio. Secondo stime della CGIA di Mestre e analisi di Confesercenti, ogni giornata lavorativa in Italia genera un valore medio di circa 8,4 miliardi di euro, se si rapporta il PIL annuo (oltre 2.100 miliardi di euro) a circa 250 giornate lavorative.
Ora, non tutto questo valore viene “perso” il Primo Maggio: il turismo, la ristorazione, gli eventi culturali, anzi, spesso conoscono un picco. Ma è certo che settori come l’industria, la logistica e il commercio all’ingrosso subiscono un rallentamento.
Secondo uno studio del Centro Studi Promotor, il mancato fatturato netto stimabile in una giornata festiva ricade tra i 3 e i 6 miliardi di euro, a seconda dell’anno e del posizionamento nel calendario (se agganciato a un weekend, ad esempio, si riduce la produttività settimanale). Tuttavia, sarebbe fuorviante leggere questi numeri come “perdita secca”. Molte attività recuperano, altre trasformano la giornata in volano per la spesa familiare e il tempo libero.
La dimensione simbolica non si contabilizza
Ecco allora che la riflessione cambia. La festa del Primo Maggio è il giorno in cui l’Italia si ferma non per dimenticare, ma per ricordare. È il giorno in cui il valore del lavoro non si misura in euro, ma in vite, in diritti, in progresso umano. È il giorno della memoria delle conquiste sindacali e della resistenza quotidiana di chi lavora in silenzio, senza tutele o riflettori.
Chi guarda solo al “fatturato mancato” rischia di perdere il senso della storia. Perché se oggi possiamo parlare di lavoro in termini di contratto, di sicurezza, di orari regolati, lo dobbiamo anche a quelle manifestazioni, a quelle rivendicazioni, a quei nomi incisi nel granito del tempo.
La vera perdita, semmai, sarebbe dimenticare tutto questo.
Fonti:
Legge 27 maggio 1949, n. 260 (Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana)
CGIA Mestre – “Quanto vale una giornata lavorativa in Italia” (2022)
Confesercenti – “Calendario festività e impatto sul commercio” (2023)
Centro Studi Promotor – Analisi sul PIL e festività lavorative (2021)
Enciclopedia Treccani – voce “Primo Maggio”
Archivio storico CGIL – “Il Primo Maggio nella storia del lavoro in Italia”

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