La storia delle riforme del lavoro in Italia, negli ultimi trent’anni, è una cronaca impietosa di un progressivo smantellamento delle garanzie a favore del capitale, spesso orchestrato da quei governi che più di altri si erano eretti a paladini della giustizia sociale. Il paradosso è evidente: è stato soprattutto il centrosinistra, o ciò che da esso è derivato in termini di coalizioni ibride e tecnocratiche, a imprimere al diritto del lavoro italiano una torsione flessibilizzante che ne ha compromesso l’impianto costituzionale originario. Lo si comprende bene se si analizzano, una ad una, le grandi riforme che hanno inciso sulla struttura dei rapporti lavorativi: il Pacchetto Treu, la Legge Biagi, il Jobs Act e la Riforma Fornero.
Il “Pacchetto Treu”: il cavallo di Troia della flessibilità
Siamo nel 1997, in piena seconda repubblica. Il Governo Prodi I, sostenuto dal centrosinistra e animato da quella retorica del “risanamento” post-Tangentopoli, vara la legge n. 196/1997, meglio conosciuta come “Pacchetto Treu”. Si tratta del primo intervento organico che introduce nel mercato del lavoro italiano l’istituto del lavoro interinale, ovvero la possibilità per i lavoratori di essere assunti da agenzie private per poi essere “prestati” alle imprese.
Formalmente, l’obiettivo era quello di combattere il lavoro nero e favorire l’inserimento dei giovani. In realtà, si apriva la strada a un modello di lavoro usa e getta, dove la figura del lavoratore si smaterializzava e si sganciava dal rapporto diretto con il datore di lavoro. Il contratto standard perdeva centralità, e cominciava a emergere una filosofia normativa orientata al “servizio” reso al sistema produttivo piuttosto che alla tutela della dignità del lavoratore.
La Legge Biagi: l’architettura della precarietà
La vera cesura si ha però con la Legge 30/2003, attuata con il D.lgs. 276/2003, elaborata sulla base del Libro Bianco redatto dal giuslavorista Marco Biagi, tragicamente assassinato nel 2002. Sebbene Biagi fosse un tecnico e non un politico, il disegno riformatore venne sposato pienamente dal Governo Berlusconi II, e il ministro del Lavoro Roberto Maroni (Lega Nord) ne fece la propria bandiera.
La Legge Biagi moltiplica le tipologie contrattuali flessibili: contratto a progetto (co.co.pro.), lavoro a chiamata (job on call), lavoro accessorio. Il risultato è un mosaico contrattuale frammentato, dove il lavoratore è costretto a rincorrere “lavoretti” intermittenti, senza certezze né prospettive previdenziali. Il lavoro stabile, di fatto, diventa un’eccezione e non più la regola. Eppure, anche qui, è emblematico il silenzio di gran parte del centrosinistra, che negli anni successivi non si è mai opposto realmente a questa visione.
Jobs Act: la precarietà diventa sistema
Con il Jobs Act, varato durante il Governo Renzi con la legge delega n. 183/2014 e i decreti attuativi del 2015 (in particolare il D.lgs. 23/2015), si compie una trasformazione radicale e definitiva. Il cuore della riforma è l’abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori per i nuovi assunti. Viene introdotto il contratto a tutele crescenti, che in realtà si traduce in una tutela decrescente: il reintegro nel posto di lavoro, in caso di licenziamento illegittimo, è abolito quasi completamente e sostituito da un indennizzo economico parametrato all’anzianità.
Lo Stato, invece di farsi garante dei diritti costituzionali (articoli 1, 4, 35 e 41 della Costituzione), si trasforma in facilitatore del mercato, riducendo la funzione del diritto del lavoro a mera regolazione dell’offerta di manodopera. Il lavoro, da fine e fondamento della Repubblica, diventa variabile di aggiustamento dei cicli economici.
Riforma Fornero: l’innalzamento dell’età e la compressione del futuro
Il culmine dell’ideologia dell’austerità lo si tocca nel 2012, con la Legge n. 92/2012, nota come Riforma Fornero, dal nome del ministro del Lavoro del Governo Monti, sostenuto da un’ampia maggioranza parlamentare che includeva PD, PDL e UDC.
La riforma colpisce su due fronti: da un lato, ridefinisce i contratti di lavoro per disincentivare quelli a termine; dall’altro, e soprattutto, rivoluziona il sistema pensionistico, innalzando drasticamente l’età pensionabile e imponendo criteri contributivi penalizzanti. Si crea così un “effetto esodati”, ovvero una categoria di lavoratori rimasti senza lavoro né pensione. La logica contabile prende il sopravvento sulla giustizia sociale: il diritto alla pensione diventa un privilegio e non più un diritto conquistato col lavoro.
Conclusione: il volto nascosto del riformismo
Queste riforme, pur con origini politiche diverse, sono tutte espressione di un paradigma comune: la sottomissione del diritto del lavoro alla logica del mercato. E, paradossalmente, i governi che più hanno parlato di “diritti”, “progresso”, “inclusione” e “modernizzazione” sono stati quelli che hanno prodotto le norme più aggressive verso il lavoratore.
Il linguaggio con cui si sono presentati questi interventi – “flessibilità”, “mobilità”, “occupabilità”, “semplificazione” – ha nascosto un’operazione chirurgica di riduzione dei costi del lavoro, smantellamento delle garanzie, e trasferimento del rischio economico sulle spalle dei lavoratori.
Non è quindi un caso se oggi i salari italiani sono fermi da oltre trent’anni, la produttività ristagna, e milioni di giovani vivono in un limbo fatto di contratti a termine, partite IVA fittizie e contributi insufficienti per una pensione dignitosa. In questo scenario, la predicazione odierna di certi esponenti del centrosinistra in difesa dei lavoratori appare come una tragica farsa: chi ha tolto la terra da sotto i piedi ai lavoratori, oggi si erge a loro difensore, dimenticando il proprio passato normativo.

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