Secondo uno studio condotto nel 2023 dal centro analisi di Scanavino & Partners e rilanciato da Quifinanza, il costo complessivo degli infortuni sul lavoro in Italia ha superato i 104 miliardi di euro, pari a oltre il 6% del Prodotto Interno Lordo nazionale. Una cifra che fa tremare i polsi.

Per dare un’idea, è come se ogni anno il sistema-Paese bruciasse un intero Ministero dell’Istruzione o il doppio del bilancio annuale del Ministero delle Infrastrutture. E tutto questo per mancata prevenzione, per norme ignorate, per formazione non fatta, per vigilanza assente.

A questi costi si sommano le malattie professionali – in crescita nel settore agricolo, nell’industria chimica, tra gli operatori sanitari – che aggravano ulteriormente il carico sul sistema sanitario nazionale e sugli enti previdenziali.


Costo medio per singolo infortunio: un peso che non è solo economico

Secondo stime elaborate da PartitaIva.it e Econopoly – Il Sole 24 Ore, il costo medio di un infortunio sul lavoro varia tra i 55.000 e i 64.000 euro, a seconda della gravità e della durata delle conseguenze.

Questi costi includono:

spese sanitarie immediate e a lungo termine;

giornate di lavoro perse;

indennizzi e risarcimenti;

costi per la sostituzione o la formazione di nuovi lavoratori;

perdita di produttività;

ricadute psicologiche sull’ambiente di lavoro e sull’intera organizzazione.

Ma c’è un dato che merita una riflessione etica, ancor prima che economica.


La distribuzione dei costi: il paradosso dell’ingiustizia

Uno studio condotto da Gruppo Errepi e ripreso dall’EU-OSHA (Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro) scompone i costi degli infortuni sul lavoro secondo chi li sostiene realmente:

Il paradosso è evidente: la parte che subisce il danno – il lavoratore – paga anche la quota maggiore del costo. Perdita di salario, riduzione della capacità lavorativa, disagio familiare e sociale: tutto ricade sulla vittima. Il datore di lavoro, pur responsabile della sicurezza dell’ambiente produttivo, sostiene meno del 10% del peso complessivo.

E ancora: a sostenere il 36% del carico sono le istituzioni pubbliche, cioè la collettività. I cittadini. Noi. Anche quando non ci riguarda direttamente, paghiamo tutti per la scarsa sicurezza altrui.


I settori più colpiti

Le statistiche INAIL mostrano come gli infortuni siano concentrati prevalentemente in:

Industria e servizi: 79,2% degli infortuni denunciati

Agricoltura: 4,5%

Conto Stato (amministrazione pubblica): 16,3%

Ma se guardiamo alle morti sul lavoro, i numeri diventano ancora più drammatici in settori come edilizia, logistica e agricoltura, dove la precarietà, il lavoro sommerso e la scarsa formazione acutizzano il rischio.

Nel 2024, le denunce per infortunio sul lavoro sono state 589.571, con un aumento dello 0,7% rispetto all’anno precedente. Ma il dato più grave non è questo. A colpire – come un pugno alla bocca dello stomaco – è il numero dei decessi: 1.090 morti sul lavoro in un solo anno. Sono 1.090 storie spezzate, famiglie devastate, diritti negati alla radice. Rispetto al 2023, l’aumento è stato del 4,7%. Altro che progresso.

E come se non bastasse, un’altra emergenza si profila sotto traccia: le malattie professionali. Nel 2024 ne sono state denunciate 88.499, con un incremento del 21,6%. Una vera e propria esplosione. Le patologie legate al lavoro – fisiche e mentali – stanno diventando la nuova frontiera silenziosa dell’insicurezza.

Il 2025 non inizia meglio

I primi due mesi del 2025 non lasciano presagire un cambio di rotta. Le denunce di infortunio sono state 89.556, in leggero calo del 3,4% rispetto al primo bimestre del 2024. Ma è un’illusione ottica.

Perché se gli infortuni “totali” scendono, quelli mortali aumentano: sono stati 138, cioè +16% rispetto all’anno precedente. Si muore di più, anche se si cade un po’ meno. Il che ci dice che la gravità degli incidenti è cresciuta, così come la loro concentrazione in determinati settori.

Eccoli:

Manifattura: 12 morti in due mesi

Trasporti e magazzini: 12

Costruzioni: 11

Commercio: 7

Sono i luoghi dove la fatica si misura in chili e turni, non in fogli Excel. Sono le retrovie del benessere urbano, i silenzi delle periferie industriali


La prevenzione è l’unico investimento sensato

Ed è qui che si gioca la vera battaglia culturale. Perché se è vero – come dimostrano le analisi dell’EU-OSHA – che ogni euro investito in prevenzione produce un ritorno di 2,2 euro, allora non si tratta più di un costo, ma di un investimento con elevata redditività.

Ma finché la sicurezza sarà percepita come “burocrazia”, come vincolo o costo da evitare, e non come valore fondativo della produttività e della dignità, nulla cambierà.


Conclusione: il dovere della consapevolezza

In Italia, il lavoro continua a ferire. Non solo nei numeri, ma nel modo in cui quei numeri vengono ignorati. In un Paese in cui la morte sul lavoro è spesso considerata una fatalità, serve un rovesciamento di paradigma: la sicurezza deve diventare parte integrante del valore d’impresa, della strategia pubblica e della cultura popolare.

Il costo di un infortunio non è solo economico. È sociale, morale, umano. Ogni incidente evitabile che accade è un fallimento del sistema Paese. E ogni euro che non si spende in sicurezza è un euro sprecato in risarcimenti, ospedali, lutti e disgregazione.

Tutto ha un costo. Ma la vita, semplicemente, non ha prezzo.


Fonti:

INAIL, Relazione Annuale 2023

EU-OSHA, Societal costs of work-related injuries and diseases

Scanavino & Partners, Rapporto 2023 su costi sociali da infortuni

Quifinanza.it, Quanto costa la mancata prevenzione

Il Sole 24 Ore – Econopoly, Lavoro e prevenzione: i numeri della sicurezza

Partitaiva.it, Costo medio di un infortunio sul lavoro

Gruppo Errepi Srl, Distribuzione dei costi per infortuni

INSIC.it, Analisi dei settori più colpiti

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