Ossia redistribuzione della tassazione in Italia: Chi Paga e Chi Riceve
Nell’Italia contemporanea, l’apparato fiscale non è solo un sistema di imposizione, ma un dispositivo di redistribuzione sociale che opera secondo logiche strutturate, ma talvolta opache. La fiscalità è l’asse su cui si muove la giustizia economica o, nei casi più gravi, la sua negazione. Ma da chi partono i flussi, e verso chi si dirigono?
Il contribuente medio italiano è un lavoratore dipendente, spesso nel settore privato, il cui salario è colpito alla fonte. È lui — insieme al consumatore che paga l’IVA — a sostenere gran parte della spesa pubblica. Una percentuale superiore al 70% dell’IRPEF proviene da chi non può sottrarsi al prelievo: il reddito è dichiarato, tracciato, tassato. È qui che la tassazione diventa automatismo, non scelta.

Dall’altra parte del sistema, troviamo i beneficiari netti: pensionati con trattamenti minimi, famiglie con basso reddito, soggetti incapienti, ma anche settori strategici come l’agricoltura o la sanità, il cui finanziamento è garantito a prescindere dalla capacità contributiva dei fruitori. La sanità pubblica, ad esempio, assicura prestazioni gratuite anche a chi non versa imposte dirette, in nome dell’universalità.
In mezzo, si muove lo Stato redistributivo, che raccoglie circa 728 miliardi di euro l’anno e ne spende oltre 916 miliardi, accollandosi il disavanzo per mantenere l’equilibrio sociale. La spesa previdenziale (oltre il 50% del totale) è lo strumento principe del trasferimento, seguita da sanità (20%), istruzione (10%) e funzionamento della macchina pubblica.

Ma è osservando l’effetto netto di questa macchina che emerge il suo vero volto: l’indice di Gini, che misura la disuguaglianza dei redditi, scende dal 46,5% al 30,2% dopo l’intervento fiscale e assistenziale. Una riduzione di oltre 16 punti percentuali. La tassazione italiana, dunque, funziona come leva redistributiva, riducendo le distanze, ma al prezzo di un forte carico concentrato su una base ristretta e tendenzialmente silenziosa.
Serve oggi più che mai una riappropriazione del concetto di fiscalità come contratto sociale, e non come prelievo forzoso. È necessario affermare la legittimità della tassazione solo se essa è finalizzata al bene comune, e accompagnata da un controllo rigoroso della spesa. Dove c’è gettito, ci sia responsabilità. Dove ci sono trasferimenti, ci sia trasparenza.

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