Nel mondo globalizzato e digitale di oggi, l’oro continua a suscitare attenzione. Pur non essendo più alla base del sistema monetario, mantiene una posizione privilegiata nei bilanci delle banche centrali. L’Italia, in particolare, è il terzo Paese al mondo per quantità di riserve auree detenute: 2.451,8 tonnellate di oro, custodite in gran parte dalla Banca d’Italia.

Quanto vale l’oro italiano oggi?

Al valore attuale di mercato (circa 68 euro al grammo ad aprile 2025), le riserve italiane corrispondono a oltre 166 miliardi di euro.

Per confronto, prima dell’inizio della guerra Russia–Ucraina nel febbraio 2022, l’oro quotava circa 52 euro al grammo, e quindi le stesse riserve valevano poco meno di 128 miliardi di euro. In poco più di tre anni, il valore dell’oro è aumentato di circa il 30%, spinto dall’instabilità geopolitica, dall’inflazione e dalla crescente domanda di beni rifugio da parte di Stati e investitori istituzionali.

Chi detiene più oro al mondo?

Secondo i dati aggiornati al 2025, la classifica dei principali detentori ufficiali di oro (escludendo fondi sovrani e privati) è la seguente:

  1. Stati Uniti – 8.133,5 tonnellate
  2. Germania – 3.352,4 tonnellate
  3. Italia – 2.451,8 tonnellate
  4. Francia – 2.436,9 tonnellate
  5. Russia – 2.332,7 tonnellate
  6. Cina – 2.235,4 tonnellate
  7. Svizzera – 1.040,0 tonnellate
  8. Giappone – 845,9 tonnellate
  9. India – 803,6 tonnellate
  10. Paesi Bassi – 612,5 tonnellate

Da notare l’ascesa costante di Russia e Cina, che da anni portano avanti una strategia di accumulo delle riserve auree per diversificare il portafoglio valutario e ridurre la dipendenza dal dollaro USA.

Oro e moneta fiat: un equilibrio instabile?

Dall’abbandono della convertibilità aurea del dollaro nel 1971, il mondo è entrato nell’era della cosiddetta moneta “fiat”: una moneta che ha valore perché lo Stato — o meglio, la banca centrale — lo decreta. Il suo potere d’acquisto, però, dipende essenzialmente dalla fiducia: nella stabilità dell’emittente, nella politica monetaria, nell’equilibrio tra domanda e offerta.

In questo contesto, l’oro non è più un vincolo, ma un ancoraggio simbolico e strategico. Non genera rendimenti, non finanzia direttamente la spesa pubblica, ma trasmette un messaggio: chi possiede oro ha una riserva di valore riconosciuta a livello globale, indipendente dalle oscillazioni delle valute e dai cicli economici.

La nuova frontiera: le Terre rare

Accanto all’oro, però, oggi si affacciano altre forme di “valore strategico”. Le Terre rare, un insieme di 17 elementi chimici fondamentali per tecnologie avanzate (dalle auto elettriche agli armamenti), stanno assumendo un ruolo centrale nella competizione internazionale. Chi controlla questi materiali — oggi soprattutto la Cina — controlla di fatto una parte cruciale dell’economia globale.

Ma a differenza dell’oro, le Terre rare non sono facilmente accumulabili, né universalmente riconosciute come riserva. Sono strumenti produttivi, non beni rifugio. Hanno valore d’uso, ma non ancora quel valore simbolico, stabile e trasversale che caratterizza l’oro.

L’oro resta un punto di riferimento?

Nonostante l’evoluzione dei mercati e delle tecnologie, l’oro continua a rappresentare un fondamento solido in un mondo incerto. Le riserve auree italiane, anche se spesso dimenticate nel dibattito pubblico, restano un patrimonio reale e tangibile. La loro valorizzazione non è solo contabile, ma strategica: possono rappresentare un’opportunità in momenti di crisi, oppure essere poste a garanzia di politiche economiche orientate alla crescita.

La sfida per il futuro sarà quella di integrare queste risorse tradizionali con le nuove dinamiche del valore, senza dimenticare che ogni economia sana si basa, prima di tutto, sulla fiducia dei cittadini e sulla qualità del lavoro reale.

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