Il calcio professionistico italiano, nel suo complesso, continua a muoversi sul crinale incerto tra passione popolare e instabilità strutturale. Dietro la spettacolarizzazione del gioco e i suoi riti televisivi si cela una realtà economico-finanziaria frammentata, spesso elusiva, e non di rado fallimentare. La crisi non è episodica, ma sistemica. Non lo dicono gli umori delle piazze, ma la nuda realtà dei numeri e delle norme.

Perché no trading? Non bisogna pensare alla vendibilità o spendibilità di una società di calcio solo se questa è quotata in borsa. Vi sono molti fondi che differenziano i propri investimenti anche in quelle realtà che non possono accedere, causa dimensione, al mercato dei capitali delle società quotate, ma anche ai cosiddetti mercati ristretti. Questi investitori hanno necessità di trasparenza e non di asimmetria informativa. La gestione professionale e corretta permetterebbe la tanto spendibilità richiesta dell’industria calcistica italiana. L’impresa calcio Italia non si discosta dalle abitudini del 90% delle imprese italiane che fa esclusivo ricorso al debito bancario.

Una fotografia impietosa: Serie A regina dei ricavi, ma non della sostenibilità

Nel 2023/24 la Serie A ha prodotto un fatturato aggregato di circa 3,14 miliardi di euro, ma ha chiuso l’esercizio con perdite nette per oltre 350 milioni. Solo 7 club su 20 — tra cui Napoli, Milan, Lazio e Atalanta — sono riusciti a registrare un utile netto. Il resto del sistema continua a reggersi su un equilibrio instabile fondato su plusvalenze che a volte risultano artificiali, diritti TV e ricavi commerciali difficili da consolidare nel medio-lungo periodo.

Ancora più preoccupanti i dati della Serie B e della Serie C. La cadetteria ha registrato 330 milioni di euro di perdite su un fatturato in calo, e la Lega Pro ha bruciato 140 milioni, con una scia di fallimenti ed esclusioni: Taranto, Turris, Alessandria, Ancona, solo per citare i casi più recenti. In totale, dal 2000 ad oggi, 185 club professionistici sono falliti, l’83% dei quali militava in Serie C. Un dato che certifica l’insostenibilità del modello alla base del professionismo minore italiano.

Codice civile, NOIF, COVISOC: vigilanza formale, sostanza fragile

Sul piano normativo, le società sono obbligate a redigere il bilancio annuale secondo le regole del Codice Civile (artt. 2423 e ss.), a sottoporlo all’approvazione dell’assemblea e, in ambito sportivo, a depositarlo presso la FIGC nei termini previsti dalle NOIF.

Ma la realtà è che i controlli sono spesso ex post, formali, e quasi mai sostanziali. Le relazioni di revisione ci sono, ma non bastano. La COVISOC vigila, ma il suo intervento è troppo spesso tardivo, a danno ormai compiuto. I meccanismi sanzionatori sono inefficaci: le penalizzazioni arrivano in corsa, alterando la regolarità dei campionati. E intanto, alcune società continuano a iscriversi grazie a certificazioni contabili che reggono il tempo di un’estate.

La patologia delle plusvalenze incrociate

Uno degli strumenti più tossici usati per eludere la capacità informativa dei bilanci è il ricorso sistematico alle plusvalenze da scambio di calciatori, a volte sovrastimate e svincolate da reali valori di mercato. Un artificio contabile che genera utili fittizi, usati per rientrare nei parametri patrimoniali richiesti. Un fenomeno che ha assunto dimensioni sistemiche, a tal punto da diventare oggetto di indagini giudiziarie e di interventi federali, purtroppo insufficienti.

Dove fallisce il sistema di vigilanza e come intervenire

La responsabilità non è solo delle società, ma di un sistema di vigilanza inefficace e, per certi versi, impotentemente connivente. Ecco i principali nodi irrisolti:

  1. Codice Civile: non obbliga alla redazione del bilancio in forma estesa per le S.r.l.; manca un raccordo strutturato con la vigilanza sportiva.
  2. FIGC/NOIF: i controlli sono documentali, non dinamici; nessuna obbligatorietà di pubblicazione online dei bilanci; sanzioni poco tempestive.
  3. COVISOC: mancano algoritmi predittivi di rischio; le plusvalenze restano nel limbo della “creatività contabile”; i controlli intermedi sono burocratici.
  4. UEFA/Fair Play Finanziario: applicato solo ai club europei, lasciando fuori gran parte del calcio italiano.

Le proposte per una riforma sistemica sono molte. Pensiamo che possano giovare:

  1. Bilancio pubblico e completo per tutti i club professionistici, anche in forma di S.r.l.
  2. Obbligo di pubblicazione online, sul sito del club e della FIGC, di bilanci certificati e parametri economici standardizzati.
  3. Sistema di rating economico-finanziario pubblico, aggiornato trimestralmente.
  4. Algoritmo predittivo di default, elaborato con criteri di vigilanza simili a quelli della Banca d’Italia.
  5. Divieto di contabilizzazione di plusvalenze incrociate non supportate da dati oggettivi di mercato.
  6. Estensione del modello di licenza UEFA a livello nazionale, rendendolo condizione per l’iscrizione ai campionati, a prescindere dalla qualificazione alle coppe.

In conclusione il calcio italiano è giunto a un bivio: o si continua a tollerare l’equilibrismo finanziario e i fallimenti ricorrenti, o si sceglie la via della sostenibilità strutturale. Serve una visione sistemica, una governance forte, un’architettura normativa all’altezza della complessità del settore. La passione popolare non può più essere scudo per la cattiva gestione. È tempo di pretendere che il calcio, oltre a essere spettacolo, torni a essere anche impresa sana, ricordando che un’impresa calcistica che fallisce reca con se le stesse problematiche di un’impresa “standard”: dispersione di ricchezza, disoccupazione, danni al sistema finanziario

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