Nel corso del 2024 si è progressivamente accentuata una divergenza di approccio tra la Federal Reserve e la Banca Centrale Europea. Due traiettorie monetarie differenti, che affondano le radici in assetti economici distanti, livelli di inflazione disomogenei e cicli industriali non sincronizzati. È su questo crinale che si gioca, nel 2025, l’equilibrio tra politica restrittiva e sostegno alla domanda aggregata. Ma è sul terreno italiano che le scelte della BCE assumono un rilievo ancora più evidente.

L’economia statunitense: un equilibrio precario tra crescita e vigilanza

Gli Stati Uniti si presentano al 2025 con un profilo di crescita ancora sostenuto. Il PIL corre su ritmi superiori al 2%, alimentato da una spesa interna resiliente, un mercato del lavoro che continua a sorprendere in positivo e un’inflazione che, pur in calo, mantiene tratti di persistenza. È il cosiddetto effetto stickiness: i prezzi, specie nei servizi, resistono al ribasso. La Fed, consapevole dei rischi endogeni derivanti da politiche fiscali pro-cicliche e dinamiche salariali rialziste, adotta una postura attendista. I tagli ai tassi – iniziati solo nel Q3 del 2024 – vengono somministrati con cautela, evitando shock che potrebbero rimettere in circolo la spirale inflattiva.

La questione non è tecnica, ma strategica: gli Stati Uniti sono oggi esposti a una pluralità di tensioni – dazi commerciali, reshoring industriale, investimenti militari – che impongono alla banca centrale di non arretrare troppo velocemente dal terreno della prudenza monetaria.

Eurozona: un continente in cerca di propulsione

Dall’altro lato dell’Atlantico, l’Eurozona attraversa una fase di vulnerabilità economica strutturale. La crescita rimane debole, appesantita da un tessuto produttivo che fatica a innovare, da squilibri territoriali e da una domanda interna compressa. La BCE, guidata da una narrativa orientata alla stabilizzazione, ha avviato una serie di tagli ai tassi già a partire da metà 2024. Sei interventi consecutivi, segnali di un’urgenza meno inflazionistica e più congiunturale.

Con un’inflazione che converge gradualmente verso il target del 2% e una disoccupazione ancora elevata in molte aree del Sud Europa, Francoforte gioca la carta espansiva. Il compromesso – fragile – è quello tra rigore nominale e stimolo reale. Le regole fiscali europee, tornate in vigore in una versione aggiornata, rischiano però di depotenziare l’effetto della politica monetaria, se accompagnate da nuove ondate di contenimento della spesa pubblica.

Italia: stabilità fragile e il ritorno del vincolo esterno

L’Italia affronta la fase attuale con una dinamica interna bifronte: da un lato la stabilità occupazionale e la tenuta dei consumi, dall’altro una crescita del PIL inchiodata allo 0,8% su base annua e una produttività stagnante. Il rallentamento della BCE sui tassi, pur salutato positivamente da imprese e famiglie, non basta da solo a invertire la rotta. La vera questione per l’Italia, oggi, è il ritorno del vincolo esterno sotto forma di sorveglianza fiscale e spread.

Le nuove regole europee sul Patto di stabilità impongono una traiettoria di aggiustamento progressivo, con effetti potenzialmente pro-ciclici. In questo quadro, il debito pubblico italiano – prossimo al 140% del PIL – torna a essere oggetto di attenzioni mercatiste. Non è un caso che le principali borse italiane, pur beneficiando del clima più favorevole della BCE, siano tra le più sensibili alle dichiarazioni di politica fiscale e ai rating sovrani.

Il sistema produttivo italiano, fortemente legato al credito bancario e composto in larga parte da PMI, accoglie con favore l’allentamento dei tassi. Ma la trasmissione monetaria è lenta, e le condizioni di finanziamento – specie nel Mezzogiorno – restano meno favorevoli rispetto alla media europea. L’effetto “rilancio” è quindi parziale e fortemente dipendente da politiche industriali nazionali che, ad oggi, non mostrano ancora un indirizzo organico.

Riverberi sui mercati: entusiasmo temperato e selettività settoriale

Il riflesso di queste politiche monetarie asimmetriche si è già manifestato sui mercati finanziari. Le borse statunitensi hanno registrato nuovi massimi storici nel primo trimestre del 2025, spinte dall’aspettativa di un soft landing e da una rotazione verso settori a bassa esposizione debitoria. Tuttavia, si avverte una crescente volatilità, figlia dell’incertezza geopolitica e del rischio di un’inflazione più resistente del previsto. L’azionario statunitense sembra oscillare tra euforia e razionalizzazione: il ciclo non è più espansivo per inerzia, ma selettivo per qualità.

In Europa, al contrario, il rally borsistico è stato più timido ma strutturalmente più omogeneo. Le attese di tagli futuri da parte della BCE hanno favorito una ripresa dei titoli ciclici e delle banche, alleggerite dall’inversione del trend sui tassi. Tuttavia, la crescita piatta e il timore di nuove misure di contenimento fiscale rendono fragile il rimbalzo. La fiducia degli investitori resta ancorata alle scelte di Francoforte e, in misura crescente, alla capacità degli Stati membri di attuare riforme orientate alla produttività.

Due modelli, una sfida italiana

Se negli Stati Uniti si discute di come calibrare i tagli per non accendere nuovi fuochi inflazionistici, e in Europa si cerca di riattivare il circuito della fiducia, in Italia la sfida è più profonda: si tratta di coniugare il beneficio congiunturale della discesa dei tassi con una strategia di crescita strutturale che manca da decenni. Il rischio è che la leva monetaria si esaurisca senza effetti duraturi, se non accompagnata da riforme reali sul fronte fiscale, infrastrutturale e tecnologico.

In gioco, ancora una volta, c’è la credibilità del sistema Paese: la fiducia degli investitori non è solo funzione dei fondamentali macroeconomici, ma della capacità politica di trasformare il ciclo monetario favorevole in crescita duratura e inclusiva.

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