E mo so’ dazi.
Produzione, delocalizzazione e guerra militar-valutaria: una riflessione sull’attualità economica e geopolitica
La produzione non è soltanto un’attività tecnica o industriale: essa rappresenta anche un meccanismo fondamentale di redistribuzione del reddito. Quando si parla di esternalizzazione, è importante distinguere tra il trasferimento di singole fasi del processo produttivo verso contesti più capaci — operazione che può avere anche una logica economica e funzionale — e la delocalizzazione totale di interi processi, spinta unicamente da logiche di profitto. In quest’ultimo caso, siamo di fronte a una fuga strategica volta a massimizzare i margini, spesso a scapito delle economie locali di partenza.
Tuttavia, se la delocalizzazione contribuisce a generare benessere e migliori condizioni di vita nei territori coinvolti, essa può avere anche un senso economico e sociale. Ma non è questa, purtroppo, la regola.
Nel contesto europeo, i criteri ESG (Environnement, Social, Governance), ad eccezione di istituti finanziari e aziende quotate — per cui sono obbligatori — restano su base volontaria. Il loro scopo dichiarato è quello di imprimere un’accelerazione simile a quella del Green Deal, ma c’è un ulteriore aspetto da considerare: l’ESG può rappresentare una leva per disincentivare la delocalizzazione di comodo, promuovendo una responsabilità d’impresa più solida e radicata nel territorio.
Negli Stati Uniti, i dazi introdotti da Donald Trump sono stati il primo tentativo esplicito di riportare l’attenzione sulla produzione interna, dimenticata per troppo tempo in favore di un’economia basata sull’importazione e sul dominio valutario del dollaro. Quest’ultimo, usato come valuta coloniale, ha potuto mantenere la sua forza fintanto che gli equilibri geopolitici lo consentivano. Oggi, quella supremazia è in discussione. Per imporre una valuta, la storia insegna che è spesso necessaria la guerra. E se si volesse continuare a sostenere il dollaro, bisognerebbe in teoria dichiarare guerra ai BRICS e alla crescente influenza del Renminbi.
Non essendo riusciti a imporre agli alleati NATO l’acquisto sistematico di armamenti, la reazione statunitense è stata duplice: ridurre l’impegno in alcune aree di conflitto e tentare di recuperare competitività economica rafforzando la produzione interna. È in questo contesto che va letta la politica dei dazi: una misura di recupero, ma anche una presa d’atto del fallimento di un certo modello globale. L’attacco a uno dei BRICS, infatti, non ha prodotto i risultati sperati.
Oggi assistiamo a una ritirata tattica: testa bassa e pedalare. Non è autarchia, è un cambio di strategia obbligato da una sconfitta pesante. E se Joe Biden non poteva permetterselo politicamente, Trump ha avuto invece margine per farlo. In fondo, la politica estera degli Stati Uniti non cambia radicalmente da un’amministrazione all’altra: cambia solo il linguaggio, non l’indirizzo.
Questa guerra — che potremmo definire militar-valutaria — avrà un conto da pagare. E qualcuno dovrà farlo. Se non si comprano armi, non si riceveranno più protezioni militari; in compenso, per recuperare, si verrà colpiti con barriere doganali. È in questa logica che si inserisce anche la posizione dell’Unione Europea, e in particolare quella della presidente Ursula von der Leyen. Una posizione che appare schizofrenica: da un lato sostiene la guerra contro un membro dei BRICS, favorendo così il rafforzamento del dollaro; dall’altro, non rafforza realmente la NATO, preferendo riorganizzare la difesa in chiave autonoma e semi-autarchica con la richiesta degli 800 mld di euro per il riarmo.
L’obiettivo? Mantenere l’Europa divisa dalla Russia, che gioca a favore della politica degli USA e non dell’UE. Ma la realtà è un’altra: la guerra è stata persa. E, forse, non avrebbe mai dovuto essere iniziata. Anche la Brexit, riletta oggi, acquisisce un nuovo senso: una fuga preventiva da un sistema che sta mostrando tutte le sue contraddizioni.
La proprietà popolare della moneta rappresenta non solo la realizzazione del diritto sociale, ma anche la base più solida per costruire una pace duratura nel mondo.


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