L’Ance non è d’accordo, ovvio, ma l’epilogo non poteva essere diverso.
Tutto questo accade perché aumenterebbe il debito pubblico, ovvio.
Che il credito di imposta (CCF) potesse riscontrare questo tipo di problema era noto e ad un certo punto della storia si sapeva che il ricorso sconsiderato si sarebbe interrotto.
Infatti, che quella fiscale sia un tipo di moneta che si occupa di mera circolazione e non dell’emissione è sotto gli occhi di tutti, e come tutti gli aspetti circolatori ha dei grossi limiti.
Uno di questi, per esempio, è di tipo quantitativo. Il vincolo quantitativo non è legato alla creazione di inflazione ma alla capacità di scontare questa moneta fiscale con… il fisco. Il limite sta nella capacità dei grossi gruppi finanziari di acquistare questi crediti fiscali e utilizzarli abbattendo le proprie tasse. I fautori della cessione del credito fiscale pensavano, errando, che sarebbe aumentata la circolazione della moneta ma di fatto la moneta fiscale non circola ed ha più la forma di una saetta, in quanto va dritta dal proprietario dell’abitazione da ristrutturare all’impresa che li sconta con gli istituti finanziari che li utilizzeranno direttamente per abbattere le imposte che dovranno pagare; non circola niente.

Nel frattempo il debito pubblico va rinnovato ed estinto in moneta sonante e lascia sul campo il problema generato dall’inflazione. In questo modo l’inflazione, artatamente creata con una moneta parallela che non circola, non tiene conto che i beni vanno pagati con gli euro. È questo il vero dramma. In questo momento, questa grande inflazione, serve solo ad abbassare il valore reale del debito pubblico nel rapporto debito PIL. Infatti l’inflazione è uno degli strumenti per abbattere il debito pubblico. Ecco perché è arrivato il “niet” di Giorgetti. Le Regioni rischiavano di eliminare l’unico strumento che consentisse al Governo centrale di migliorare il rapporto Debito/PIL.
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